A Parigi settimana anticoloniale tra cultura e riflessioni incrociate

Da alcuni anni a Parigi (e dintorni) si svolge la settimana anticoloniale, un’iniziativa promossa dal collettivo Sortir du colonialisme, che riunisce più di 50 associazioni. Il periodo è sempre la seconda metà di febbraio, e non è stato scelto a caso. Sul sito se ne spiegano le motivazioni, sottolineando i tentativi in atto di manipolazione del passato. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato l’emendamento votato dall’Assemblée Nationale il 23 febbraio 2005 che sanciva di fatto un bilancio positivo della colonizzazione, cancellando veri e propri crimini come la tratta degli schiavi o lo sfruttamento e il saccheggio delle ricchezze (per non parlare delle devastazioni culturali e identitarie). In reazione a questa legge, un gruppo di cittadini francesi ha lanciato un appello da cui è nata la prima settimana anticoloniale.

Non è solo questione di non dimenticare, ma di schierarsi anche oggi contro il razzismo, le ingiustizie, l’intolleranza. Due date in particolare si riverberano sul presente. Una è il 21 febbraio 1944, giorno in cui i nazisti hanno massacrato i partigiani del gruppo “Main-d’Oeuvre Immigrée”, che riuniva armeni, ebrei francesi, ebrei polacchi, ungheresi, spagnoli e italiani, guidati da Missak Manouchian (all’episodio Louis Aragon dedicò dei bellissimi versi ispirati dalla lettera che Manouchian scrisse alla moglie poco prima di morire). Sortir du colonialisme vuole riattualizzare la tradizione che negli anni 50 e 60 ne ha fatto il giorno dell’anticolonialismo e il simbolo del diritto dei popoli all’autodeterminazione.

L’altra data è il 26 febbraio 1885, quando si chiude la famigerata conferenza internazionale di Berlino, in cui le grandi potenze occidentali si sono spartite un intero continente, l’Africa, in nome di una pretesa missione civilizzatrice (su ARTE, la televisione franco-tedesca è stato recentemente trasmesso il documentario Berlin 1885 – La ruée sur l’Afrique, visibile ancora per qualche giorno su Arte7). Secondo Sortir du colonialisme, la Conferenza di Berlino ha inaugurato un ciclo che non si è ancora chiuso. Allo stesso spirito si ispirano infatti la Françafrique, patrocinata sopratutto da Sarkozy nel famoso discorso di Dakar, e le altre forme di neocolonialismo. La decolonizzazione non è ancora finita, come hanno recentemente dimostrato i fatti del Nord Africa e del Medioriente.

L'Africa così come fu divisa nel corso della Conferenza di Berlino nel 1885

Osservando il programma della conferenza di quest’anno, si riesce ad avere una percezione della complessità del fenomeno. Volendo riassumere, i due aspetti principali messi in risalto sono quello economico e quello culturale. Dal punto di vista economico, si è parlato di fenomeni di neo-colonizzazione, come per esempio l’accaparramento di terreni agricoli e il saccheggio delle risorse africane da parte di potenze occidentali (ma non solo, si faceva l’esempio della Cina). Un fenomeno denunciato al Social Forum di Dakar come nuova forma di colonialismo che intacca la capacità di produzione e gestione delle risorse alimentari dei paesi africani, privandoli di uno dei beni più preziosi. Se ne è parlato la sera di mercoledì durante un incontro organizzato dall’Associazione francese di amicizia e solidarietà con i popoli africani (AFASPA) e da Survie, un’associazione che, attraverso campagne di informazione e lobbying, cerca di riformare il rapporto tra la Francia e l’Africa e le relazioni Nord-Sud.

La dimensione culturale è stata al centro di un altro evento organizzato da 100, Etablissement Culturel Solidaire, la rivista Les périphériques vous parlent e Sortir du Colonialisme. Lo spunto è stato la proiezione di Les attracteurs étranges (La pensée du tremblement chez Edouard Glissant), un documentario in cui si presentano varie riflessioni di Glissant sull’immaginazione, la globalizzazione politica e culturale, l’identità. La vera particolarità del film è il fatto che ti permette di fare esperienza diretta di cosa sia un’identità-relazione, in particolare attraverso la commistione tra le parole di Glissant, i quadri e le immagini di Sylvie Séma e le musiche di Bës e Pierre Roos. Tutto questo ti fa anche capire come l’identità non è un’idea, un concetto, bensì un’esperienza, qualcosa che accade, un evento di qualche tipo che ti coinvolge. Per questo motivo vorrei cercare di raccontare l’esperienza che ho vissuto come spettatore.

Guardando il film, nel buio di una sala che chiaramente non era un cinema (perlomeno non i cinema a cui oggi siamo abituati), circondato da pareti bianche che quasi odoravano di vernice fresca, ad un certo punto mi sono chiesto dove esattamente fossi, mi sono ritrovato come spaesato e mi sono tornate alla mente le varie città in cui ho vissuto in passato (Roma, Londra, Johannesburg, tanto per citare le tre che mi vengono subito in mente), prima di ricordarmi di essere a Parigi. Questo tipo di disorientamento, vissuto però senza angoscia, mi domando se non sia il tipo di identità che molti oggi stanno cercando, un tipo di identità postcoloniale o decolonizzata, in cui spazi e tempi vissuti in qualche modo si mescolano in maniera libera anche se caotica.

Giorgio Guzzetta

Accademico errante, residente a Roma dopo vari periodi di studio e lavoro all'estero (Stati Uniti, Inghilterra e Sudafrica). Si è occupato di letteratura italiana e comparata, globalizzazione culturale, Internet e nuovi media. Occasionalmente fa traduzioni dall'inglese e dal francese.

3 pensieri riguardo “A Parigi settimana anticoloniale tra cultura e riflessioni incrociate

  • 1 marzo 2011 in 23:11
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    Molto interessante Giorgio!in particolare la tua riflessione finale sul tipo di identità “contemporanea”!credo che molti di coloro che nel corso della propria vita hanno vissuto in vari luoghi in giro per il mondo si ritroveranno nella tua definizione di identità decolonizzata!
    Mi pare che le varie iniziative della settimana anticoloniale parigina siano assimilabili al “Dia de la raza” o “Dia de la Hispanidad” che si celebra il 12 ottobre sia in Spagna che nei paesi latinoamericani (ex colonie spagnole)…soprattutto dopo il “revisionismo” e i dibattiti sul “significato” da attribuire ai termini raza e hispanidad…Gli spunti di riflessione sarebbero infiniti!;)

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  • 2 marzo 2011 in 20:16
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    Non so se c’entri, ma ho collegato quello che scrivi a proposito dell’identità postcoloniale con una cosa che ho letto oggi di Khaled Fouad Allam a proposito di Islam e Nordafrica:
    “L’Europa non riesce a comprendere il mondo islamico perché ha sempre avuto una visione verticale, nord-sud, del mondo e non ha la ‘visione orizzontale’, quella che serve per capire l’interno delle società.”
    Da qui:
    http://www.mosaico-cem.it/articoli/egitto-rivolte-emma-bonino
    Complimenti per l’articolo, davvero interessante.
    D.

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  • 7 marzo 2011 in 09:51
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    @Paola Si, gli spunti di riflessione sono infiniti (la stessa idea di infinito potrebbe generare infinite riflessioni…).Non conosco il Dia de la raza o quello della Hispanidad, ma si sembrano interessanti.
    Da un po’ di tempo mi interesso di identità postcoloniale (o decolonizzata) e mi fa piacere pensare che altri si riconoscono nella definizione che ne do.

    @Mi piace molto Khaled Allam (molto più dell’omonimo Magdi, almeno) anche se non sono sicuro di condividere un’affermazione così netta su verticale/orizzontale, occidente/oriente (o resto del mondo)… mi sembra che molta parte del pensiero novecentesco (e forse anche ottocentesco) non sia altro che il tentativo di pensare orizzontalmente invece che verticalmente, anche in occidente. O meglio di abituarsi a pensare orizzontalmente. Certo tentativi più o meno sofisticati (pochi) o più o meno rozzi (spesso), ma comunque perlopiù mossi da buone intenzioni (di cui, come si sa, è lastricato l’inferno…)

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