L’immigrato e la crisi: quale soluzione per domani?

Domenica scorsa si è celebrata la Giornata Mondiale delle Migrazioni 2011; pubblichiamo per l’occasione un intervento di Justin Magloire Mbouna*.

Un migliore livello di vita, un’opportunità di lavoro o di studio sono i motivi principali che spingono le persone a emigrare a livello internazionale per realizzare il proprio sogno. La speranza di  trovare migliori condizioni di vita costringe a vagabondare, ed è per questo che oggi vi sono oltre 200 milioni di migranti. Questi ultimi tre anni sono stati ancora più difficili e gli esperti sottolineano che la crisi economica mondiale potrebbe giocare ancora più a sfavore dei rifugiati e dei migranti: le difficoltà provocano un aumento della xenofobia.

Il Dossier Immigrazione 2010 della Caritas afferma tuttavia che “alla luce degli effetti della crisi bisogna chiedersi se gli immigrati, che contribuiscono alla produzione del Prodotto interno lordo per l’11,1% (stima di Unioncamere per il 2008), siano il problema o non piuttosto un contributo per la sua soluzione…?” E l’Istat scrive: “I lavoratori immigrati sono necessari per rilanciare l’economia italiana, anche perchè assisteremo a un drastico invecchiamento della popolazione italiana, con un incidenza degli ultra-sessantacinquenni che passerà dall’attuale 20% al 33% entro il 2050.”

Nonostante questo, in Italia e in tutti i Paesi sviluppati in cui si acuisce la crisi economica, gli immigrati sono diventati un bersaglio. Se focalizziamo l’attenzione sulla forza lavoro straniera che si trova in Italia, gli immigrati sono stati i primi a perdere il lavoro, tra chi aveva un contratto a tempo determinato che non è stato rinnovato e non sa quando avverrà il giorno della firma del prossimo contratto, o chi lavorava con contratto indeterminato ed è per la maggiore parte in cassa integrazione o è stato licenziato. Senza dubbio, l’impatto della crisi non colpisce soltanto gli immigrati, si fa sentire anche sulle famiglie europee e tutti, genitori (occupati o disoccupati) e bambini, ciascuno subisce a suo modo gli effetti dalla crisi. La crisi finanziaria globale ha imposto una grave battuta d’arresto agli scambi economici a livello mondiale. Chi ha sofferto di più sono però i Sud e l’Africa in particolare, che ne soffriranno per molto tempo!

La lotta contro il sottosviluppo si è basata finora sulla relazione tra Paesi ricchi e poveri per aiutare le popolazioni bisognose attraverso le loro classi dirigenti. E’ ormai chiaro come questa strategia si dimostri inefficace a soddisfare le esigenze della gente, che vede la propria salvezza nell’emigrazione. Prendiamo un esempio: il Camerun, nazione dell’Africa subsahariana che produce petrolio, legno, minerali. Il Camerun fa parte dell’iniziativa FMI-Banca Mondiale per le “nazioni povere pesantemente indebitate” (PPTE)  e ogni anno riceve fondi e una diminuzione del suo debito. Così scrive la Onlus Seborga nel Mondo:

Il Paese deve affrontare una carenza di insegnanti, spesso non molto ben addestrati o demotivati per il bassissimo reddito percepito … La Sanità e il sistema sociale in Camerun sono ad oggi ancora su livelli molto bassi. Secondo l’OMS, ci sarebbe un medico ogni 10.400 persone in Camerun… Il Camerun ad oggi, ha una ricca e diversificata economia basilare. L’agricoltura era il motore della sua crescita come anche lo scambio con l’estero fino al tardo 1970 quando il loro ruolo fu sostituito in buona parte dal petrolio che ne divenne la maggior fonte di reddito … Le maggiori esportazioni in moneta, che fruttano circa il 40% delle esportazioni totali al Camerun, sono il cacao (il Camerun ne è il quinto produttore mondiale) , il caffè e il cotone.

L’agricoltura si fa ancora in modo artigianale con l’uso di incendi boschivi che distruggono foreste e inquinano l’ambiente.

Mentre un camerunense sta pensando come e dove si trova il posto giusto per fuggire dalla miseria della sua terra, emigrato altrove viene colpito dalla crisi che lo rende ancor più vulnerabile rispetto alla situazione da cui è partito. Cosa fanno i politici con tutte le risorse a loro disposizione, con tutto l’aiuto che viene dal FMI, dalla Comunità Europea, dal Fondo islamico come nel caso del Camerun, senza considerare i vantaggi della cooperazione bilaterale?

Avvalendoci di queste esperienze, bisognerebbe pensare a un modello di Sviluppo più credibile, anche se questo richiede un grande Sforzo. Questo vale anche per le società europee, non solo per le collettività dei Paesi in difficoltà che hanno bisogno d’aiuto. Si dovrebbe cercare di far nascere o rinascere la fiducia nell’investimento economico locale. Ed evitare di trasferire merci, denaro e quant’altro a politici corrotti i quali non cercano che il loro interesse  o quello dei loro amici e familiari. Come riporta Afriradio (si legga anche qui):

… Tre stati su quattro nel mondo sono percepiti come corrotti. E’ quanto emerge dalla graduatoria 2010 pubblicata lo scorso ottobre a Berlino dall’autorevole organizzazione Transparency International […]. Negli anni ‘98 e ‘99 il Camerun è stato classificato come lo stato più corrotto al mondo. Oggi, pur non essendo più al vertice della classifica, il Paese soffre ancora molto per questo fenomeno ed è stato classificato 146° su 178° nell’ultimo rapporto, con un punteggio di 2,2 su 10…

Perché non creare collaborazioni con i comuni, le associazioni o gli enti locali di assistenza affidabili? Per consentire a chi ha finito gli studi e vuole tornare a casa per dare il suo contributo allo sviluppo del suo Paese di poterlo fare. A meno che, come diceva mio nonno, gli aiuti allo sviluppo non siano altro che “un grande albero che nasconde la foresta”, un modo per sfruttare meglio i poveri già messi nella peggiore delle situazioni.

Un Paese ricco nella storia e nella cultura che non riesce a decollare. Il palazzo del Re sultano Njoya a Fouban, Camerun.

Tornando all’Italia, bisognerebbe dare un senso alla carità, alla solidarietà e al legame sociale. L’immigrato, oggi più vulnerabile alla crisi, ha bisogno più che mai di un sostegno. Molte famiglie non possono più far quadrare il bilancio e sembra che nessuno tenga conto del loro punto di vista. L’immigrato già non sa dove andare, per di più senza lavoro è il primo ad essere respinto, e la sua sola presenza fa paura, specialmente quando come me, ha la pelle nera – no, dovrei dire “di colore”. Ma perché sprecare le energie su un problema che non esiste, cioè la paura degli stranieri che sono ancora più vulnerabili di voi, invece di concentrarsi sulla ricerca di soluzioni per risolvere problemi più reali…?

Mi piacerebbe che questo brutale cambiamento degli scambi economici fosse una buona opportunità per i responsabili della politica e dell’economia di “rimettersi in gioco” e rivoluzionare il loro modo di vedere il mondo futuro. Un esempio semplice e pratico mi sembra quello di provare a scommettere sugli immigrati stessi che sono già nei Paesi sviluppati. Aiutando questi giovani a tornare a casa con un progetto d’impresa, risolveremmo non solo le loro difficoltà nella crisi ma anche il problema dell’immigrazione. E così gli immigrati stessi darebbero un apporto al loro Paese, portandovi delle qualità acquisite altrove che gli altri forse non hanno, una nuova visione del mondo e dell’immigrazione stessa, una nuova visione dell’occidente che magari potrà aiutare, non a fermare, ma a rendere efficace e consapevole questo fenomeno che sta dietro le quinte ed è come una bomba che germoglia e un giorno esploderà.

Sperare nella forza degli immigrati, nella loro fede in un avvenire che tanti altri uomini e donne non hanno più, porterà forse semplicemente il sorriso, perché la vita sia bella… Ecco, porteranno sicuramente la vita, perché credono in una vita che non finisce, ed è questa fede che li aiuta a sopravvivere, hanno una infinità di cose da portare all’uomo; come scriveva Francis Bebey,

“non l’uomo meccanizzato dall’Europa, ma l’uomo che Dio ha creato, che ha creato perché viva felice sulla terra. Non nella miseria, non come mendicante, condizione cui l’Europa ci ha ridotto. Gli africani possono portare la vita perché sono vivi”.

Justin Magloire Mbouna, nato a Dschang in Camerun, è studente di Statistica a Padova. Appassionato di poesia, partecipa a gruppi giovanili e di volontariato e da due anni fa parte del coordinamento del progetto ImmaginAfrica.

2 pensieri riguardo “L’immigrato e la crisi: quale soluzione per domani?

  • 18 gennaio 2011 in 16:27
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    Corruzione, inefficienza, concentrazione del potere (e della ricchezza!!!) nelle mani di pochi si sa…sono problemi che hanno segnato la storia dei moderni stati dell’Africa. Caratteristiche che hanno contribuito ad una pessima gestione degli ingentissimi fondi di Aiuto allo Sviluppo, in particolare di quelli provenienti dalle Agenzie internazionali. Personalmente credo che tali debolezze dei molte istituzioni formali “africane” siano legati al processo di decolonizzazione che rimane un’esperienza incompiuta per molti di questi Stati…un problema irrisolto dal quale derivano gli eterni squilibri e disparità che attraversano l’Africa dal Mediterraneo all’Oceano indiano e che portano molti dei suoi abitanti a sognare l’Eldorado al di fuori del proprio continente. Lasciando da parte i cd. “massimi sistemi”…condivido appieno la tua analisi e il tuo auspicio-proposta di far entrare nel “gioco” anche gli immigrati: le potenzialità di questo “progetto” sono immense!;)

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  • 19 gennaio 2011 in 12:36
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    Gli italiani sottovalutano l’importanza del lavoro svolto dagli immigrati e di conseguenza il contributo e la ricchezza culturale, economica e sociale che apportano tutti i nuovi cittadini (spesso futuri italiani) con riguardo alla struttura demografica e sociale del Paese. Ma come dici bene tu Justin, non vengono prese in considerazione le esigenze di chi viene qui per formarsi e aquisire un know-how di cui a casa c’è bisogno per contribuire a migliorare le condizioni e la speranza di vita. Sembra che la maggioranza dei cittadini, così come il nostro governo, non abbia quella sensibilità e intelligenza di capire, che se la condizione di vita dello straniero in Italia migliora, migliora di conseguenza la condizione di vita della famiglia/del Paese da dove proviene, uguale meno emigrati in futuro! Una soluzione potrebbe essere la firma di accordi bilaterali tra gli stati interessati, dove si agevolano i viaggi/visti per soggiorni di studio o di lavoro di quelle persone che decideranno di ripaghare il proprio Paese riportando in patria il frutto dei tanti sacrifici. E poi aprire gli occhi e il cuore, rendersi conto che l’emigrazione è un fenomeno ciclico naturale in un mondo con tante disuguaglianze, essere un pò più generosi e dare una mano in più a chi vive solo e così lontano da casa 🙂

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