Ghana, dove la schiavitù non è mai finita

Il luogo è incantevole, selvaggio. Di una bellezza travolgente. Il colore del mare troppo intenso. La luce accecante. Fuori, tutto è magnifico. Persino il vecchio che a malapena si regge sul bastone e si avvicina per chiedermi qualche spicciolo. Lui sorride. Grato e accogliente. Dentro però, è il buio. Le prigioni sotterranee delle fortezze di Cape Coast in Ghana sono rimaste così, com’erano secoli fa, quando ad “abitarle” erano uomini e donne che nella maggioranza dei casi non hanno mai avuto un nome né una storia personale. È da qui che sono passati milioni di schiavi. È qui che hanno lasciato l’Africa per sempre. Tutto è rimasto più o meno com’era. A parte le urla, i lamenti e l’aria mefitica che nessuna ricostruzione storica o cinematografica potrà pienamente rappresentare. La marcia degli schiavi si fermava qui prima dell’imbarco di chi era sopravvissuto al lungo cammino senza acqua né cibo, alle privazioni, alle sevizie e alla prigione. Davanti a un cancello dove una scritta informava: door of no return. Davanti a un mare che la maggior parte di loro non aveva mai visto e di cui avevano terrore. Qui, nelle fortezze di Cape Coast (Cape Coast Castel) ed Elmina (Castel of St. George) avveniva lo smistamento su navi dirette in Europa e nelle Americhe. Qui secoli di storia, dalla fine del XVII° agli inizi del XIX° trovano una sorta di sintesi. Portoghesi, danesi, olandesi, inglesi. Di qui passarono in molti prima attirati dalle miniere d’oro di quella che appunto fu chiamata la Gold Coast, poi impegnati in un commercio ancora più fruttuoso, visto il bisogno di manodopera richiesto soprattutto dalle grandi distese di piantagioni. Il commercio di esseri umani. Nessuno potrà mai dire in quanti siano passati da qui. Dai 12 ai 20 milioni, si stima. Oggi a visitare questi luoghi sono studenti, turisti (ancora troppo pochi nonostante Cape Coast Castel sia oggi Patrimonio dell’Umanità), europei che rileggono la loro storia di conquistatori spietati. Qui, nel luglio nel 2009 è venuto il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, con la sua famiglia. Una visita simbolica sotto molti aspetti. Un afroamericano al potere nei luoghi dove la diaspora degli africani ha avuto inizio.

La vista sull’Oceano da Cape Coast Castle. Foto © Antonella Sinopoli

Da questo stretto passaggio gli schiavi, uno ad uno e in catene, venivano fatti entrare nelle navi. All’epoca il mare arrivava fino alle mura delle fortezze. Foto © Antonella Sinopoli

La guida mi racconta con freddezza e precisione particolari delle crudeltà e delle pratiche degradanti a cui erano sottoposti uomini e donne in attesa della partenza. Costretti a vivere ammassati in decine e decine in cave sotterranee nelle quali affogavano tra vomito e diarrea, mani e piedi in catene. E mentre in basso si agonizzava e si moriva nel putridume e nel buio quasi assoluto, nella chiesa affacciata sul cortile si pregava e ai piani alti illuminati dal sole e rinfrescati dalla brezza dell’Oceano si gozzovigliava e si godeva delle schiave più belle. Prima il Governatore, poi spesso gli altri. Qualche volta alle donne incinte veniva concesso di tenere il figlio e ai nascituri veniva data un’educazione europea. Tanto che Elmina nel XIX° secolo era diventato un ricco insediamento di uomini d’affari (alcuni dei quali avevano sposato donne del luogo) con una percentuale altissima di mulatti. Oggi non più. Se giri per la città te ne accorgi. Elmina e Cape Coast sono oggi più “nere” che mai. Gente orgogliosa e capace, come la mia guida che si è laureato all’Università di Cape Coast, una delle più rinomate del Paese. Parla con negli occhi un’espressione che dice: “Abbiamo sopportato e superato tutto questo”. Come se volesse incarnare la storia di ogni singolo schiavo del quale ogni giorno racconta il destino a noi che passiamo da qui.

Cortile interno di Elmina. Sulla destra alcune delle prigioni a cui si accedeva a cave sotterranee. Nell’edificio di fronte c’era la chiesa. Foto © Antonella Sinopoli

Ma la storia non è un processo lineare. È molto più complessa e difficile da analizzare. Perché a farla sono gli uomini. Se un europeo deve domandarsi: “come è possibile che abbiamo fatto tutto questo?” la stessa domanda in qualche misura devono porsela anche qui. Perché contrariamente a quanto tutti sanno, la schiavitù e la tratta degli schiavi non fu inaugurata dai bianchi. La schiavitù era praticata nel mondo musulmano, dalle carovane che viaggiavano nel Sahara e rivendevano in Nord Africa e parte dell’Europa gli schiavi catturati. Era praticata dagli stessi popoli africani che rendevano schiavi uomini fatti prigionieri in battaglia e le loro donne. E la stessa tratta organizzata dagli europei in maniera sistematica e su larga scala non sarebbe stata possibile senza l’aiuto dei chief locali. Che in cambio di armi (con cui combattevano le tribù avversarie) e alcool permettevano il passaggio degli stranieri sul loro territorio e agevolavano la cattura degli schiavi. In particolare i re Ashanti, il cui impero fu tra i più potenti dell’Africa occidentale e si estendeva ben oltre i confini dell’attuale Ghana, collaborarono con gli europei nel commercio degli schiavi. Eppure, quando ho provato a parlarne, qualcuno ha risposto che non sapevano la verità, non sapevano che stavano barattando la vita di persone in cambio di oggetti. Oggetti letali. Non tutti, non la mia guida, chiara anche in questo, ma qualcuno non vuole credere o finge di non sapere che l’oscurità dell’essere umano non ha niente a che fare con il colore della pelle.

Tant’è che la schiavitù non è mai cessata. E non è stata “a senso unico”. Perché c’erano i mercanti arabi e quelli turchi che nel Mediterraneo gestivano un fiorente commercio di schiavi … bianchi, e c’erano paesi cristiani dove si vendevano schiavi musulmani. E perché forme di schiavitù esistono, eccome, ancora oggi. Forme moderne e forme tradizionali. Fermiamoci in Ghana dove uomini, donne e migliaia di bambini lavorano e muoiono come galamsey operators (cercatori nelle miniere d’oro illegali). Fermiamoci in Ghana, dove bambini anche di 5 o 6 anni vengono venduti da genitori disperati perché privi di mezzi di sussistenza ai pescatori/padroni sul lago Volta per pochi soldi. Incatenati a vita da reti e barche malmesse. Fermiamoci in Ghana, dove ancora oggi esiste una pratica odiosa, cosiddetta trokosi, praticata soprattutto nel sud-est del Paese tra gli Ewe. Giovanissime ragazze vergini vengono affidate al fetish priest del villaggio per riscattare crimini, anche di lieve entità, compiuti dai maschi della famiglia. Le spose/schiave del dio Tro. Ma non sono altro che merce da sfruttare a fini sessuali e per svolgere i lavori più duri. Tra umiliazioni e violenze. Una punizione a vita perché quando la ragazza muore viene sostituita da un’altra della stessa famiglia.

Sono le schiavitù del commercio, della superstizione, dell’opportunismo, della povertà e dell’arricchimento mai soddisfatto. Sono le schiavitù che non finiranno solo grazie al varo di leggi, all’intervento di Ong, al biasimo della società civile. Perché sono schiavitù che prima che nei rituali e nelle azioni vivono nella mente di chi le pratica e di chi le subisce. Ed è da lì che devono cominciare a sparire.
Sulla spiaggia di Cape Coast su cui troneggia la fortezza bambini giocano e si rincorrono. Loro dell’Oceano sembrano non avere paura. Qui il lago Volta e le miniere d’oro sono lontani. Speriamo davvero, penso ripartendo.

Sulla spiaggia di Cape Coast oggi si gioca. Non si pensa al passato né al futuro.
Sulla spiaggia di Cape Coast oggi si gioca. Non si pensa al passato né al futuro. Foto © Antonella Sinopoli

[ Tutte le foto © Antonella Sinopoli ]

Antonella Sinopoli

Giornalista professionista e blogger su Ghanaway. Si interessa e scrive di Africa, diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali.

Un pensiero riguardo “Ghana, dove la schiavitù non è mai finita

  • 6 giugno 2011 in 22:10
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    quasi quasi sembra che tu questo paese lo abbia visitato ma in realtà…. lo hai proprio visitato. Bell’articolo!

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