Le Maddalene da non dimenticare

Se ne torna a parlare. Si torna a parlare delle Maddalene. Non quelle del Vangelo ma di quelle donne/schiave che per decenni furono brutalizzate, isolate dal resto della società e schiavizzate in nome della morale e – oggi è ben chiaro – del lavoro a costo zero. Nel 2002 fu il film di Peter Mullan a portare all’attenzione del grande pubblico un caso di gravi violazioni di diritti umani che fino a quel momento era rimasto alquanto ristretto nei confini geografici irlandesi.

Oggi è la richiesta di risarcimento per le donne sopravvissute al regime di quei “conventi” a riportare a galla la questione. In questi giorni la Commissione irlandese per i diritti umani ha chiesto al Governo l’apertura di un’inchiesta sulle Magdalen Laundries e il risarcimento per le vittime sopravvissute. Non si è limitata a questo, naturalmente, ma ha anche redatto un documento (qui il PDF) che analizza e sintetizza la storia di queste “Lavanderie”.

Il primo di questi cosiddetti “asili” per recuperare alla società per lo più prostitute, fu fondato nel 1767 a Dublino, ma col tempo si trasformò in ben altro: prigione e lager da cui, nella maggior parte dei casi, non si sarebbe mai venute fuori. Si calcola che 30.000 donne passarono da questi “asili” (e vi morirono) ma naturalmente è impossibile dare una cifra definitiva e certa, visto che all’ingresso venivano anche private del loro nome e alla morte seppellite in fosse comuni.

Furono appunto delle fosse comuni a scatenare lo scandalo quando un ordine di suore che aveva in gestione uno degli “asili” ne vendette la proprietà e al suo interno furono ritrovati resti tumulati in tombe anonime. Da quel momento si cominciarono ad ascoltare storie inaudite. Non dell’epoca della caccia alle streghe. L’ultima casa venne chiusa solo nel 1996.

Si è citata l’Irlanda (dove erano la maggior parte di questi “asili”) ma va detto che anche Canada, Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia avevano strutture del genere. Dove le donne la cui colpa era quella di essere state violentate o essere ragazze madri o semplicemente troppo esuberanti erano costrette a lavorare 365 giorni all’anno. Per lo più a lavare biancheria proveniente da alberghi, ristoranti, prigioni… E poi violenze psicologiche, fisiche, sessuali. Una moderna schiavitù istituzionalizzata e protetta da vessilli religiosi. In questi luoghi le ragazze venivano inviate dalle famiglie, da provvedimenti giudiziari e, a volte, erano loro stesse, ignare di quale fosse la realtà, a chiedere aiuto alle religiose che li gestivano. Nella maggior parte dei casi perdevano ogni contatto con le famiglie e il resto del mondo. E i figli, nel caso di ragazze madri, gli venivano tolti.

Nessuno ha mai chiesto scusa a queste donne, nessuno – manco a dirlo – ha mai risarcito le sopravvissute. Oggi le testimonianze sono tante. Troppe rispetto a quanto il cuore umano dovrebbe essere in grado di sopportare.
Ne segnaliamo questa breve raccolta comprendente anche un trailer del film di Mullan. E questo documentario in cinque parti

http://www.youtube.com/watch?v=OJs-4cncGmk&feature=player_embedded#!

Per chi volesse altre informazioni questo blog segue da vicino questa assurda storia. Chi lo cura si è assunto anche il compito di aiutare persone (madri, figli, parenti) divisi dalla permanenza in questi lager, a ritrovarsi.

Antonella Sinopoli

Giornalista professionista e blogger su Ghanaway. Si interessa e scrive di Africa, diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali.

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