Clandestini, ovvero i senza volto

C’è un concetto che a volte è meglio chiarire: vivere una vita da clandestino non è un’aspirazione naturale per l’essere umano. Eppure chi si ritrova, suo malgrado, in questa condizione subisce una doppia umiliazione: sentirsi un individuo senza identità e spesso senza più radici e vedersi trattato come si tratterebbe un cane randagio senza nome né padrone.

Alla schizofrenia dei nostri tempi che ha trasformato le persone in percentuali statistiche, tutte ammassate (rigorosamente senza nomi) nelle cosiddette banche dati cerca di contrapporsi il lavoro di chi dai numeri cerca di estrarre volti e storie. Chi sono, da dove vengono, perché sono partiti? E quando sono arrivati che vita hanno fatto? Per saperlo bisognerebbe fare dei viaggi a ritroso, centinaia, migliaia di viaggi per scoprire che dietro ogni arrivo c’è un viaggio da odissea.

Ci hanno provato gli stessi migranti che hanno filmato con i loro cellulari alcune fasi del lungo viaggio che li avrebbe portati in Italia o in altri paesi europei. il materiale grezzo è stato poi raccolto e lavorato in un video ideato e realizzato da Naga e Milano Film Festival con la collaborazione di Gabriele Del Grande.
“Wanted, but not welcome” è il titolo.


Una testimonianza diretta e senza filtri a cui non servono parole di commento. Una testimonianza che ci fa capire cosa vuol dire sperare, soffrire e spesso morire per raggiungere un sogno che dovrebbe essere un diritto.

Altro interessante contributo alla scoperta del chi sono, da dove vengono e cosa è accaduto prima che arrivassero in Italia o altrove (spesso per farsi semplicemente spedire nei vari Centri di smistamento ed espulsione) è quello del giornalista Fabrizio Gatti e del suo Bilal. Viaggiare, lavorare, morire da clandestini. Un viaggio dall’Africa all’Europa attraverso il Sahara (su camion malmessi e colmi all’inverosimile) accompagnati da trafficanti d’uomini e fermati ad ogni passo di frontiera da ufficiali corrotti e violenti. Desiderosi forse quanto gli altri di partire ma per il momento impegnati solo a picchiare e farsi pagare il passaggio. Un passaggio che porterà a un altro blocco, ad altre botte, ad altri soprusi. Fino ad arrivare alle coste libiche dove gli sfortunati viaggiatori (quelli riusciti a sopravvivere a fame, sete, incidenti e violenze) affrontano la tratta via mare su quelle carrette o gommoni che rischieranno di non arrivare mai.

Il Mesallaje, l’antico minareto sopra le case rosse di Agadez, celebra solenne anche questa partenza.
Nessuno saluta i passanti. Ci si guarda e basta. Le ruote affondano nelle buche e risalgono come la prua di una barca nel mare agitato. Chi sta seduto ai bordi deve aggrapparsi ai corpi vicini per non cadere. La strada sterrata gira a sinistra e corre parallela alla pista dell’aeroporto. Finita la pista, finisce la strada. Finisce Agadez. Finisce il Sahel. Finisce l’Africa nera. Finisce un mondo. Davanti al muso del camion si apre una spianata di pietre e sabbia senza orizzonte. Ci si guarda negli occhi senza parlare. Adesso è evidente quanto è profondo il baratro dentro cui stiamo scendendo. Questi ragazzi sanno che nessuno, qualunque cosa succeda, verrà mai a tirarli fuori. Nessun padre. Nessun fratello. Nessuno Stato. Nessuna organizzazione umanitaria. Nessuno dei governi, che con le loro scelte corrotte li hanno portati qui, piangerà mai la loro morte. Da quando sono partiti, sono figli di nessuno. Qui nel deserto siamo tutti figli di nessuno.

Così racconta Gatti l’inizio del viaggio nel deserto, quando l’ultimo tratto di vita che lega al passato si allontana con la polvere sollevata dal camion.

Quante storie simili, eppure tutte diverse, che nessuno racconterà mai.

Ci sono tante storie soffocate che non conosce nessuno. Mi piacerebbe portare la loro voce su un pezzo di carta

dice Enaiatollah Akbari, un ragazzo giovanissimo che quando aveva pochi anni ha cominciato un lungo viaggio: Pakistan, Turchia, Grecia, Iran e poi Italia. Lui è afghano ma la sua vita non era sua. Era di un padrone che l’aveva reclamata per ripagare il presunto debito del padre che aveva avuto la sfortuna di morire lavorando.

La sua storia, le sue peripezie, la sua forza, hanno ispirato Nel mare ci sono i coccodrilli di Fabio Geda. Un racconto toccante, dove per una volta l’ottimismo, la determinazione di farcela e il senso dell’ironia del giovane protagonista permettono un finale positivo. E vincono su tutto.

Sono tutte testimonianze che ci fanno ricordare che il clandestino non è semplicemente qualcuno che incontriamo agli angoli delle strade o davanti ai supermercati a vendere fazzoletti o accendini. Non è una persona senza passato, senza famiglia, senza affetti.

Il 24 settembre in Italia verrà proposto per il secondo anno il Clandestino Day. Quaranta città italiane (qui il calendario completo degli avvenimenti) ospiteranno eventi e iniziative, alcune già avviate nel corso della settimana. Incontri che mirano prima di tutto a diffondere un nuovo modo di relazionarsi con l’altro, anche se non ha i documenti “in regola”. Che vogliono far capire che il clandestino non è senza volto e senza nome, ma un essere umano di cui vale la pena conoscere la storia.

Antonella Sinopoli

Giornalista professionista e blogger su Ghanaway. Si interessa e scrive di Africa, diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali.

Un pensiero riguardo “Clandestini, ovvero i senza volto

  • 25 settembre 2010 in 11:18
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    grazie ad Antonella Sinopoli che con tanta sensibilità e competenza ha attirato la ns/attenzione sul tema dei clandestini costretti a scappare dalla fame e dalle guerre,sfruttati,ghettizzati,soggetti ad una barbara epurazione di hitleriana memoria.

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