Lavoratori stagionali, molta fatica pochi diritti

Polacchi e ucraini, marocchini e senegalesi. Indiani e albanesi. Italiani. E altri ancora. Disoccupati, studenti, ma anche casalinghe e pensionati. Un melting pot di culture e lingue, di storie ed esperienze. Tutti uniti da un percorso comune, seppur breve. Il lavoro stagionale è una categoria a sé nell’economia e nel mondo del lavoro. Con regole e leggi proprie. Per alcuni un’opportunità per incrementare i magri oppure inesistenti guadagni del resto dell’anno. Per altri un inferno. Quando l’estate si allontana i gestori di alberghi e residence, i proprietari di terre e frutteti fanno il conto dei guadagni. I lavoratori stagionali anche.

Ma i loro conti non tornano quasi mai. Il boom di richieste che molti settori hanno riscontrato quest’anno anziché far gongolare dovrebbe far riflettere sulla mancanza di altre opportunità di inserimento lavorativo, ma soprattutto dovrebbe stimolare controlli reali e più serrati sull’applicazione delle norme e dei contratti. Invece l’anarchia è assai diffusa a dispetto di quanto si vuol far credere. Il ricorso al pagamento in nero, ad esempio, va ad incrementare un’economia sommersa che, oltre a danneggiare il lavoratore, non permette di fornire il dato reale dell’incidenza del lavoro stagionale sul Pil. Per combattere il fenomeno dell’irregolarità è stato introdotto il buono lavoro sperimentato per la prima volta nel 2008. Ma in quanti utilizzano tale strumento non è ancora chiaro. Del resto basta guardare alle storie vere di molti lavoratori stagionali per accorgersi del gap tra i buoni propositi e la realtà.
Un paio di anni fa Medici Senza Frontiere pubblicò un dossier sulle condizioni di lavoro degli stranieri impiegati in agricoltura nelle campagne del Sud Italia, completo di una galleria fotografica che testimonia ancor meglio la situazione. Cosa è cambiato dopo quella denuncia? Al di là dei dati ufficiali esiste poi la verità più cruda. Come quella dei braccianti delle campagne della Piana del Sele, che ha ispirato il documentario Campania Burning.

Condizioni da fare accapponare la pelle. E non si tratta di casi isolati. Come non si tratta solo del Sud Italia. Nelle campagne del Ferrarese, ad esempio, sono tanti i polacchi che vengono per un paio di mesi a “fare la stagione” della raccolta della frutta. Sotto il sole e dentro l’umidità. Sono considerati grandi lavoratori, affidabili, forti. E lo sono. Sono anche cittadini dell’Unione Europea, ma il loro lavoro non è quantificato come quello degli altri. Tra la tariffa oraria di un italiano (anche questa a nero) e la loro ci può essere uno scarto che va da un minimo di 1 euro a un massimo di 2 euro e 50 centesimi. Senza contare quanto questo modo di fare diminuisca il già scarso potere di contrattazione dei lavoratori italiani. Loro, i polacchi, non si lamentano e lavorano come o più degli altri. Stesso dicasi dei marocchini. Un po’ meglio va agli indiani, specializzati nella cura delle mucche. Ma lavorano pur sempre fino a 16 ore al giorno.

Per non parlare della Riviera romagnola, dove lo sfruttamento è diventato un fenomeno strutturale e dove quest’anno ha fatto parlare i giornali la protesta di quelli che sono stati definiti gli “schiavi” stagionali della Riviera romagnola. E visto che le leggi nazionali, o meglio i controlli, funzionano poco, l’Unione Europea prova a fare la sua parte con una proposta che dovrebbe tutelare i lavoratori stagionali extracomunitari sul territorio europeo. Ma il problema rimane: gli tutela gli europei in Europa?

Antonella Sinopoli

Giornalista professionista e blogger su Ghanaway. Si interessa e scrive di Africa, diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali.

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