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Crisis Camp Italy: gestire le emergenze con il Web 2.0

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Crisis Camp Italy: gestire le emergenze con il Web 2.0

Posted on 17 November 2011 by Antonella Sinopoli

Dopo Parigi, Bologna. Sbarca anche in Italia il Crisis Camp, appuntamento che mira a tenere vivo e collaborativo un network europeo che negli ultimi mesi si è andato formando con l’obiettivo di “impegnarsi nel campo delle nuove tecnologie applicate alla gestione della crisi e dell’emergenza“. Nuove tecnologie rese possibili dalla nascita e perfezionamento di tool legati al Web 2.0 e dunque accessibili nell’uso e nell’implementazione.

La filosofia (ideale e pratica) che sta dietro questi strumenti è il crowdsourcing, vale a dire partecipazione attiva e democratica della comunità. Ma che cos’è un Crisis Camp? Si tratta di una conferenza informale, un barcamp specializzato – in questo caso – nell’ambito delle risorse online create per la gestione delle crisi: dalle emergenze derivate da catastrofi naturali, ai conflitti, alle rivoluzioni politiche e sociali. Mappature, geolocation, citizen journalism, gestione delle informazioni: sono alcuni dei temi che saranno trattati a Bologna il 19 novembre. Qui il programma provvisorio: chiunque può proporre temi di discussione tramite l’apposito modulo online.

Sull’onda del successo innescato da piattaforme collaborative quali Ushahidi e dai vari strumenti del Web 2.0, il ricorso ai social media e al diretto coinvolgimento dei cittadini si fa essenziale per fronteggiare emergenze sempre più preoccupanti, come rivelano le recenti iniziative rispetto alle alluvioni in Tailandia— e come conferma lo sviluppo internazionale del circuito Crisis Commons.

Per entrare nel vivo dell’appuntamento bolognese, abbiamo rivolto alcune domande a Elena Rapisardi, Web Content Strategist e attiva promotrice dell’evento.

Perché, a cosa punta e come conta di svilupparsi Crisis Camp Italy?

Il Crisis Camp Italy si propone come momento di incontro tra coloro che si occupano di crisi, emergenze e rischi, e che vedono nel web 2.0 un approccio e uno strumento utile alla gestione e soprattutto alla prevenzione. Fare network: è questa l’idea. Ma un network che condivida obiettivi e presupposti, come la collaborazione e la resilienza. Crisi, emergenze e rischi possono essere prevenuti, gestiti e superati in modo migliore solo sviluppando una cultura collaborativa e resiliente in grado di coinvolgere pro-attivamente tutti gli attori, dalla comunità scientifica ai cittadini, passando per istituzioni, media, esperti. Per questo penso che un Crisis Camp in Italia, come già successo a Parigi e altrove nel mondo, debba per forza di cose riflettere anche su come cominciare a stabilire una relazione con le strutture preposte al soccorso. Sfida difficile perché si tratta di un lavoro paziente e che presuppone la disponibilità reciproca a capire esigenze e trovare strumenti comuni per collaborare.

Come dimostrato dalle recenti alluvioni in Liguria, anche in Italia c’è bisogno di strumenti più efficaci e pronti per le emergenze: come siamo messi al riguardo? E la gente sa/vuole davvero auto-organizzarsi via Internet?

Dal lato tecnologico anche in Italia esistono tantissimi strumenti utili. Ma credo che l’innovazione nella gestione delle emergenze o delle crisi necessiti di un cambiamento soprattutto culturale, dove la tecnologia è un fattore abilitante e non il fine, e nemmeno un terreno di competizione. Tecnologia libera e gratuita ne esiste, progetti Open Source ce ne sono moltissimi. Bisogna forse cominciare a ragionare su standard, open data e “pratiche” quotidiane di utilizzo del web, comprendendo anche la formazione, perché la penetrazione di Internet non è sinonimo di alfabetizzazione al web. Il punto è però passare dalla partecipazione emozionale, quella che ci fa mandare una foto ai nostri amici e/o ‘follower’, soprattutto per condividere un’emozione, ad una partecipazione pro-attiva e consapevole. Passaggio non semplice, ma incontri come il Crisis Camp potrebbero unire forze esperienze e energie per andare verso questa direzione. Credo che esperienze come quella fatta con la crowdmap per raccogliere documentazione visiva sulle recenti alluvioni, realizzata dalle edizioni di Genova e Livorno de “La Repubblica” in collaborazione con l’Università di Torino, Dipartimento di Scienze della Terra e NatRisk, siano un primo passo per creare collaborazioni tra ad esempio comunità scientifica e media. Bisogna cioè imparare a fare informazione in un modo nuovo e con nuove regole. Non credo alle soluzioni precotte; il web non è “tutto in un click”, il web è ben più di “un click”.

A livello più globale, l’utilità di tool alla Ushahidi [en] sembra imporsi qua e là; ma è proprio vero che questi social tools servono, o piuttosto creano ulteriore rumore, inaffidabilità e peso informativo?

L’affidabilità delle informazioni provenienti dai social media o da soluzioni come le crowdmap è un problema sentito da tutte le VTC [Volunteers Technical Communities] e ci sono progetti per definire e stabilire l’affidabilità dei collaboratori. Personalmente penso che innanzitutto si debba ragionare in termini di preparedness, il che significa “entrare” nel web e costruirsi una reputazione e un posizionamento. I social media come fenomeno sociale e di comunicazione sono un fatto. Escluderlo o arginarlo è impossibile. Le persone continueranno a diffondere tweet e postare su Facebook. Perciò bisogna entrare dentro questo flusso e “collaborare” nel creare spazi condivisi, diventare una voce riconosciuta e affidabile. Esempi interessanti: l’INGV e il Consorzio Lamma Toscana, che sono costantemente presenti su Twitter, lo usano come strumento di comunicazione primario. Bisogna seguire e interloquire maggiormente nel corso di un evento. Certo non è facile, perché comunicare è una responsabilità e i new media impongono velocità e “just in time” che i processi organizzativi di gestione delle informazioni di alcune strutture non riescono a sostenere, non per cattiva volontà, almeno spero, ma soprattutto per mancanza di competenze adeguate a gestire l’informazione della “post-Gutenberg revolution”, ossia veloce, puntuale e pervasiva.

Per aggiornamenti su Crisis Camp Italy e successivi siviluppi, oltre al sito ufficiale si può seguire l’hashtag #crisiscampit su Twitter.

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Il web 2.0 per la gestione delle emergenze: “CrisisCamp Paris” 2011

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Il web 2.0 per la gestione delle emergenze: “CrisisCamp Paris” 2011

Posted on 26 May 2011 by Davide Galati


Organizzato in collaborazione con Crisis Commons, la comunità mondiale dei crisis camp, Ushahidi, Global Voices en Français e altre entità, il “CrisisCamp Europe” di Parigi, primo vertice dei crisis camp europei in programma tra il 27 e il 29 maggio, si concentrerà sullo stato dell’arte delle tecnologie web 2.0 per la gestione delle crisi, con particolare riferimento ai progetti europei, per promuoverne lo sviluppo nel nostro continente. Un crisis camp è una conferenza informale, un barcamp specializzato nell’ambito delle risorse online create per la gestione delle crisi, che siano queste causate da emergenze naturali o politiche, conflitti, crisi tecnologiche o altro.

Questo il relativo sito web, mentre nella pagina wiki dell’evento si possono trovare tutti i dettagli del programma.
Domani, venerdì 27, verranno presentati diversi casi studio di applicazioni web 2.0. Si parlerà ad esempio dell’uso di piattaforme di cartografia partecipativa come Crowdmap, Ushahidi o OpenStreetMap, utilizzate e utilizzabili per emergenze naturali quali incendi boschivi (il progetto italiano Open Foreste), inondazioni (come in Pakistan durante le alluvioni del 2010) o terremoti (Haiti o Cile), e verranno inoltre discussi i più recenti progetti cartografici dedicati a emergenze politiche, come ad esempio la guerra civile in Costa d’Avorio. Ampia analisi anche per quanto riguarda l’uso degli strumenti online per la mobilitazione dei cittadini (ad esempio il ruolo dei social media e dei blog durante le rivolte arabe) o delle tecnologie di aggregazione dei flussi e trattamento dell’informazione come il real-time web o il liveblogging.

Tra i protagonisti dell’incontro vi sarà anche Claire Ulrich, coordinatrice di Global Voices in francese e cofondatrice di CrisisCamp Paris. Le abbiamo chiesto quali sono le esperienze personali che porterà all’incontro, e così ci ha risposto:

Tradurre i blogger di Global Voices dal 2007 mi ha fatto vivere a distanza molte crisi dimenticate dai mass media e dal resto del mondo. Sono stata spesso testimone dei “miracoli” che potevano produrre Twitter, SMS, reti sociali nei conflitti o nelle crisi, quando i governi, gli ONG e le charity tradizionali non potevano fare nulla. Durante queste crisi, si creano grazie alle nuove tecnologie nuove dinamiche tra i cittadini, le persone in diaspora e i volontari o specialisti pronti ad aiutare a distanza, via Internet. Ora che si moltiplicano le crisi umanitarie e tecnologiche in tutto il mondo, difendo il punto di vista che i cittadini sono fonte attendibile di informazioni, specialmente e soprattutto durante una crisi, con o senza mezzi sofisticati di comunicazione. Speriamo di convincere poco a poco le istituzioni tradizionali umanitarie o dei governi, che gestiscono le crisi come “professionisti”, a prendere in considerazione le informazioni dei cittadini e l’aiuto delle nuove tecnologie per diventare ancora piu efficaci e collaborare quando non possono intervenire sul campo.

Le abbiamo inoltre chiesto un’anticipazione sulle linee del suo intervento alla tavola rotonda “Civil Society & Institutions in Crisis Management“, dedicata ad analizzare il rapporto tra cittadinanza e istituzioni nella gestione delle crisi:

Esporremo tra altri case study una delle piu recenti iniziative della società civile, nata per aiutare a distanza i cittadini di Abidjan durante i giorni peggiori del conflitto, quando neppure i Caschi Blu o i militari potevano portare soccorso ad esempio alle famiglie senza cibo o acqua, ai malati, o alle donne pronte a partorire. I cittadini ivoriani in Ghana, in Francia, in Costa d’Avorio si sono spontaneamente uniti su Twitter, senza conoscersi, senza badare alle appartenenze politiche, per mettere in piedi in meno di 3 giorni un call center nel vicino Ghana. Con questo, e con semplici SMS o telefonate prepagate, amplificate su Twitter e Facebook, hanno informato e messo in contatto chi aveva bisogno di aiuto con chi poteva aiutare, in Abidjan, o in qualsiasi parte del mondo. Con pochissime persone e soldi, intorno all’hashtag #civsocial su Twitter, è nata un’operazione transcontinentale di solidarietà impressionante ed efficace, grazie alle nuove tecnologie e alla buona volontà di “semplici” cittadini.

Elena Rapisardi è invece l’ideatrice di Open Foreste, piattaforma dedicata alla prevenzione degli incendi boschivi di cui abbiamo già parlato in un nostro recente post e su cui si può leggere un bell’articolo di Monica Palmeri pubblicato sul blog di Ushahidi.
Più specificamente, Open Foreste è un progetto basato sul “crowdsourcing”, ossia una forma partecipativa di collaborazione tra gli utenti web con il comune obiettivo della raccolta, visualizzazione e condivisione di informazioni georeferenziate utili a tutti. La piattaforma è stata sviluppata originariamente con tecnologia Ushahidi, storico strumento di mappatura partecipativa che fu inaugurato nell’episodio dei disordini post-elettorali in Kenya nel 2008.

Elena Rapisardi così ci ha illustrato il progetto di cui porterà testimonianza a Parigi:

Open Foreste è un progetto nato perchè volevo da un lato colmare un vuoto di dati sull’incendio boschivo, che sono in capo al Corpo Forestale dello Stato o Vigili del Fuoco a seconda di dov’è sito il bosco. Non sono presenti molti dati, ma oltre a questo non vi sono forme di gestione delle informazioni puntuali che associno dove stanno ad esempio gli specchi d’acqua, gli idranti, ecc. Avendo a disposizione il web e strumenti per georeferenziare le informazioni, ho pensato di provare ad usarli. Inventai quindi Open Foreste, innanzitutto per un mio amore per i boschi, ma soprattutto perchè non era una modalità di gestione tipica della Protezione Civile e perchè, dopo aver verificato con alcune persone esperte del settore, alcuni dati non ci sono, o non sono condivisi, neanche tra le squadre di volontari e gli operatori deputati a spegnere l’incendio – operazione peraltro molto complicata se si pensa al vento o ad altri fattori da tenere in considerazione.

E ancora:

La gestione dell’emergenza in Italia avviene attraverso la base dei volontari. I volontari sono uno dei backbone per affrontare le emergenze, come abbiamo visto in Abruzzo, ma non hanno grandi budget, non possiedono grandi strumenti, hanno la dotazione tecnica specifica però per quanto riguarda tutti gli aspetti di gestione delle informazioni sono molto scoperti. E allora ho pensato: uniamo il web 2.0 nei suo concetti fondamentali quali collaborazione, condivisione, open source, cloud, ecc… con lo spirito della protezione civile che è resilienza, sussidiarietà, cooperazione e così via.

Lo spirito con cui Elena Rapisardi si muove non è soltanto quello dell’istituzionalizzazione dei nuovi tool, ovvero un’apertura delle istituzioni a comprendere gli attori in gioco com’è forse intuitivo pensare ma, al converso, promuovere nella società la conoscenza e l’utilizzo di questi strumenti, in modo da rendere i cittadini sempre più informati e partecipanti.
Noi di Voci Globali la accompagniamo idealmente a Parigi, con l’auspicio che tra cittadini e istituzioni si diffonda la conoscenza di strumenti utilissimi, peraltro non solo nelle situazioni di emergenza ma anche nella vita di tutti i giorni.

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