Normalizzare la presidenza Trump? No, grazie

A un paio di settimane dall’elezione presidenziale forse più clamorosa della storia Usa, è in pieno corso il processo di normalizzazione. Dall’accaparramento delle poltrone ai selfie dei deputati vittoriosi (tutti bianchi) alle conferenze-stampa bipartisan. Business as usual in quel di Washington. E pur se l’impermanenza è legge della vita (e della politica), l’obiettivo è piuttosto quello di azzerare ogni stridore: the show must go on. Non a caso sono i media mainstream a foraggiare questo processo di normalizzazione, puntando al perenne incremento di rating e inserzioni. Proprio come durante la campagna elettorale di Trump, le cui continue bugie e calunnie hanno ottenuto ampia visibilità (aggratis) perché, ahem, facevano audience.

Selfie coi supporter, campagna presidenziale Usa 2016 (Pubblico dominio)
Selfie durante la campagna presidenziale Repubblicana Usa 2016 (pubblico dominio)

Ma se per gran parte del “giornalisti doc” prostituirsi a destra e a manca è la norma, qualcuno non ci sta. Per il New York Times Magazine, tale processo “sta avvenendo a una velocità tremenda, come fosse un contagio“, mentre David Remnick (editor del New Yorker) lo definisce un'”allucinazione“. Più deciso un intervento su Slate, come chiarisce il titolo stesso: “Perché non dovremmo neppure parlare di ‘normalizzare’ Donald Trump“:

Impossibile far finta che Trump non esista. Né negare che gli Stati Uniti ne abbiano bevuto la pozione avvelenata. Il problema con Trump non è il fatto che sia anormale, bensì abominevole.

Parimenti colpevole l’atteggiamento dei canali mainstream rispetto alle tante prese di posizione e iniziative concrete avviate dal variegato fronte d’opposizione che va emergendo. Sono quindi i social media (in particolare Twitter) a veicolare, per esempio, le tante petizioni dell’attivismo anti-Trump.

In particolare quella (con 4,5 milioni di firme) che chiede di assegnare la maggioranza dei Collegi Elettorali a Hillary Clinton, oppure di abolirli del tutto (con 560.000 firme), rispettando così il volere degli elettori. I quali le hanno infatti assegnato oltre due milioni di preferenze più di Trump (conteggio finale ancora in corso). Ma un passaggio della Costituzione del 1789, modificato dopo il 1800, a tutela degli stati meridionali dove gli schiavi non potevano votare, di fatto assegna tutt’oggi la scelta del presidente a tali entità – anziché direttamente ai cittadini, come avviene praticamente in ogni democrazia del pianeta.

Intanto in molte città statunitensi proseguono le proteste in piazza e in altre forme, dando nuovo vigore a una lunga tradizione nazionale che afferma l’espressione del dissenso. Come è anche il caso delle proteste in corso a Standing Rock, in North Dakota, contro la costruzione di un lungo oledotto (#NoDAPL) e dove è in aumento l’insensata violenza repressiva delle forze dell’ordine – nel silenzio complice delle maggiori testate e, soprattutto, di entrambi i Presidenti, sia attuale che futuro.

Il tutto delinea l’emergere un un movimento ampio, critico e propositivo rispetto allo scenario internazionale nell’era di Trump. Lo conferma il documento sottoscritto da quasi 200 nazioni presenti alla conferenza sul cambiamento climatico COP22 appena conclusasi a Marrakesh, per chiedere “con urgenza” l’implementazione degli accordi raggiunti lo scorso anno a Parigi – visto che Trump ha già annunciato di voler rescindere l’impegno Usa in tal senso. Una questione che suscita le preoccupazioni del resto mondo e che si rivelerà sempre più bollente nei prossimi mesi. Mentre in Usa molti si preparano a vivere una “nazione di dissidenti“.

Conferenza COP22 a Marrakesh, foto ufficiale.
Conferenza COP22 a Marrakesh, foto ufficiale

Riuscirà a consolidarsi questo processo di normalizzazione? Com’è ovvio, all’interno degli Usa sono fin troppi gli interessi tesi in questa direzione. Ma non è affatto detto che abbiano successo, anzi. Le varie coalizioni che stanno dando vita al dissenso, in maniera spontanea e trasversale, promettono battaglia. E sul fronte globale non mancano le voci informate di cittadini, esperti ed attivisti. Un impegno collettivo che ne farà vedere delle belle. Non siamo che all’inizio.

Bernardo Parrella

Traduttore, giornalista, attivista (soprattutto) su temi relativi a media e culture digitali, vive da anni nel Southwest Usa e collabora con progetti, editori e testate italiane e internazionali.

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