Turchia, tra dittatura, caos e voglia di scappare

Foto Andrey CC By 2.0
Foto Andrey CC By 2.0

[Traduzione a cura di Davide Galati, dall’articolo originale di Karabekir Akkoyunlu, pubblicato su openDemocracy prima del tentato colpo di Stato che ha avuto luogo venerdì 15 luglio. La nostra attenzione era già puntata sulla Turchia e riteniamo che le riflessioni contenute in  questo articolo aiutino a farsi un’idea della situazione nel Paese precedente il fallito golpe.]

Poco dopo l’attacco all’aeroporto Atatürk di Istanbul del 28 giugno scorso, un collega greco ha pubblicato sul suo profilo Facebook un messaggio di solidarietà verso i suoi amici turchi. “Resistete“, ha scritto. “Non siete soli.” Uno dei suoi compatrioti ha dichiarato di non essere d’accordo: “Sono soli, tra un governo autoritario che lavora sulla propria agenda e un’Europa che si rivolge a loro solo quando è alla ricerca di favori. La Turchia secolare, orientata all’Occidente, è molto sola.” La verità non poteva essere espressa più chiaramente.

Tra la routine esasperante degli attacchi suicidi di massa, gli hashtag #prayforistanbul, il black-out dei media e i messaggi di simpatia e solidarietà da parte dei leader mondiali, molti a Istanbul e in tutta la Turchia si sentono sempre più soli e scoraggiati di fronte alla fitta oscurità che sta inghiottendo sempre di più il Paese. L’influenza dell’UE qui è affondata a un livello tanto basso quanto la sua reputazione. Nessuno si aspetta che questi attacchi siano oggetto di indagini o, proprio per questo, che siano gli ultimi. Di sicuro, nessuno si dimetterà.

Come al solito, una ridicola ordinanza è stata emessa immediatamente e il primo ministro fantoccio del presidente Erdogan ha sommariamente concluso che non ci sono state falle nella sicurezza (anche se il servizio di intelligence turco era stato messo in guardia contro una minaccia proprio contro questo aeroporto solo poche settimane fa). La mattina dopo, i deputati dell’AKP hanno affossato una proposta di tre partiti dell’opposizione di istituire una commissione parlamentare per indagare sugli attacchi – proprio come avevano fatto dopo gli attacchi di Suruç e Ankara lo scorso anno.

Giovedì 30, il primo ministro ha parlato all’inaugurazione di un nuovo ponte. Il suo incipit sotto una pioggia di coriandoli: “Oggi è un giorno di festa…” Il Governo di Erdogan ha infatti un ordine del giorno: il controllo totale delle istituzioni statali della Turchia e l’impunità legale completa per le sue azioni criminali. L’ultimo attacco non l’ha fatto deviare da questo compito. Tardi, quella stessa notte, i parlamentari dell’AKP erano impegnati a rendere operativo un importante disegno di legge che ridurrà drasticamente il numero di dipartimenti e componenti delle alte Corti della Turchia, per sostituirli con giuristi selezionati con cura dal presidente – l’ultimo chiodo sulla bara del traballante sistema giudiziario.

La legge segue un’altra misura passata la settimana precedente, la concessione di immunità al personale di sicurezza e ai funzionari pubblici coinvolti in attività antiterrorismo – un compito che in questi giorni implica la caccia a docenti universitari, giornalisti e studenti in ugual misura che ai militanti. Mentre la Turchia scivola nella dittatura e nel caos, una sventurata Unione Europea ha annunciato venerdì 1 luglio l’apertura di un nuovo capitolo nei negoziati di adesione del Paese, svolgendo il proprio ruolo nello sporco baratto giocato con Erdogan sulla vita dei rifugiati.

In passato ancora di salvezza della democrazia turca, l’influenza normativa dell’UE è affondata insieme alla sua reputazione tra i suoi molti sostenitori di un tempo, che ora si sentono totalmente traditi e abbandonati.

Nessuna via d’uscita

Lo sfogo sui social di un amico dopo gli attacchi all’aeroporto riassume il crescente senso di soffocamento tra i giovani, la popolazione urbana di Istanbul: “Non c’è uscita. Nessuna via d’uscita da questo inferno. Anche se volevi abbandonare tutto e andartene da questo Paese, dovresti passare attraverso l’aeroporto. E non c’è via d’uscita neppure da lì.Siamo rovinati. È la fine!”

A Istanbul, come in altre metropoli turche, un cupo sconforto ha preso il posto dell’ottimismo allegro delle generazioni più giovani che, fino a poco tempo fa, erano innamorati di questa città, il suo vibrante ronzio e il paesaggio mozzafiato, nonostante i suoi cantieri infiniti e il traffico folle. Questi erano gli attivisti accidentali che tre estati fa si sono riversati sulle strade e sulle piazze per salvare Gezi Park dalla demolizione e respingere un Governo prepotente.

Da allora la soppressione è cresciuta sempre più intensa, violenta e pervasiva. La politica li ha costretti al fallimento: un CHP senza spina dorsale ha fatto più per aiutare che per resistere alla trasformazione mostruosa dell’AKP, mentre l’energia costruttiva raccolta dal partito di sinistra filo-curdo HDP prima delle elezioni generali della scorsa estate è stata sacrificata sull’altare della guerra tra lo Stato turco e il PKK. Il Governo è evidentemente più preoccupato per le minacce che provengono dagli studenti delle scuole superiori che per quelle dei militanti jihadisti.

Manifestazione contro il PKK a Istanbul, 2007. Da Wikipedia su licenza CC BY-SA 3.0
Manifestazione contro il PKK a Istanbul, 2007. Da Wikipedia su licenza CC BY-SA 3.0

Il mese scorso, una manifestazione studentesca a una cerimonia di consegna dei diplomi in una scuola superiore a Istanbul contro l’islamizzazione dell’educazione si è estesa rapidamente ad altre scuole superiori in tutto il Paese, tra cui quelle più affermate e prestigiose della Turchia. Il presidente ha subito emesso un severo avvertimento contro i “provocatori”, seguito da una dichiarazione del Ministero della Pubblica Istruzione circa imminenti indagini nei confronti di coloro che hanno partecipato o sostenuto le proteste.

Per molti, il prezzo del dissenso è diventato troppo alto. Molte persone ora censurano le proprie attività sui social media per paura di essere accusate ed evitano luoghi pubblici e dimostrazioni per paura di attacchi o scontri con la polizia – magari entrambi. Prevedibilmente, l’idea di lasciare il Paese è sulla bocca di molti giovani, anche se in forme diverse. Alcuni pensano che sia la cosa più sensata da fare.

Il numero di domande per studiare nelle università europee e americane è salito alle stelle nel corso del 2016. Ma lasciare la propria casa, la famiglia, il Paese è più facile a dirsi che a farsi. In ogni caso, con l’eccezione di una minoranza privilegiata, l’intera impresa può essere proibitiva dal punto di vista finanziario e, date le strette restrizioni sui visti, semplicemente irraggiungibile. Altri pensano che la fuga sia un atto disonorevole e impensabile. Non possono però prendere più parte nel sempre più precario mondo dell’attivismo sociale (un nucleo appassionato lo fa ancora, a rischio di essere etichettati come traditori e terroristi ).

Ma in tempi straordinari l’assunzione di normalità può anch’esso rappresentare un atto di resistenza. E altri ancora pensano che andarsene non sia necessario: la vita è ancora pulsante, nei sempre più isolati quartieri secolari della classe media di Istanbul, per coloro che possono tuttora goderne. Ma l’atmosfera è tossica, con sentori di nichilismo inglorioso che ricordano Tel Aviv o la Beirut del tempo di guerra. Il fatto che le riflessioni sulla partenza implichino domande di visto e biglietti aerei – e non contrabbandieri e barche – racconta la distanza colossale che separa i residenti depressi della città dai loro nuovi vicini rifugiati.

Per chiunque degli oltre tre milioni di siriani che sono arrivati in Turchia dal 2011, una città come Istanbul può ben rappresentare la fuga dalla morte imminente. Per i loro riluttanti ospiti – che a conti fatti hanno dimostrato di essere infinitamente più accoglienti rispetto alla maggior parte, se non tutti, degli Europei, Nordamericani e Arabi del Golfo – i miserabili nuovi arrivati sono forieri di guai, instabilità e altri mali sconosciuti.

La stessa assunzione di normalità, che diventa ribellione quando è sfida alla moralità pubblica imposta dal Governo, può diventare crudele e vergognosa quando si trasforma nell’ignorare l’esistenza dei rifugiati o chiudere un occhio – per paura di ritorsioni o di consenso nazionalista – sulla distruzione continua delle città curde da parte dello Stato o sulla situazione di oltre 500.000 sfollati curdi a partire dalla scorsa estate. La Turchia “laica, filo-occidentale” è sola anche perché continua a ignorare l’Oriente, a suo rischio e pericolo.

Un battello chiamato Civiltà

Nonostante le distanze incolmabili che separano i loro universi, c’è qualcosa che in fondo lega il destino dei rifugiato siriani o curdi con quello dell’abitante urbano di Istanbul e anche il londinese sconvolto del post-Brexit o il newyorchese che medita di trasferirsi in Canada se Trump dovesse vincere nel mese di novembre: stanno tutti viaggiando sullo stesso battello di profughi sovraffollato che sta lentamente affondando. Quelli che stanno sul fondo stanno annegando. Chi sta in mezzo sente la pressione e il panico. Sul ponte, i passeggeri di prima classe sono impegnati a bloccare il portellone che scende, per il momento confortati dalla falsa sicurezza del privilegio.

Il nome appropriato per questa barca destinata alla disgrazia sarebbe ‘Civiltà’. Come per il Titanic, è stato stupidamente dichiarato che è inaffondabile. Quando ha colpito un iceberg, lo scafo di quel transatlantico si è squarciato come la carta. Ma avremmo dovuto capire che se Baghdad è caduta, se Aleppo può crollare, così potrebbe essere per tutte le città della terra.

Eppure, mentre l’Iraq e la Siria erano consumate dal fuoco – con i Governi dei paesi ‘civili’ che soffiavano sul fuoco – quelli di noi che stanno ai piani intermedi e superiori hanno seguito il terrificante spettacolo al chiuso delle nostre case e sugli schermi televisivi come se se stessimo guardando un episodio di “Trono di Spade”: non accadeva nel nostro mondo civilizzato. In ogni caso, le nostre pareti sarebbero state sufficientemente alte da riuscire a tenere fuori i ‘bruti’.

L’ultima volta che così tante tendenze disastrose hanno preso la stessa direzione, è servita la distruzione conseguente a due Guerre Mondiali per ripristinare le cose. La Turchia si trova nei piani intermedi di questa barca. Qui, l’immaginario impero ottomano di Erdoğan ha iniziato a crollare prima ancora che si fosse consolidato.

Le batterie di jihadisti – allevate al fine di riconquistare per lui le province perdute del Levante – sono tornate per farla da padrone: è stata evidentemente una cellula di ispirazione ISIS, costituita da terroristi locali e stranieri, ad aver colpito al cuore dell’impero durante il santo mese di Ramadan, uccidendo per lo più musulmani. Nel Sud-Est curdo, la repressione brutale dello Stato che dura da un anno inciterà generazioni di curdi radicalizzati, di fronte a un mare di sunniti turchi traboccanti di zelo religioso e la rabbia nazionalista. Come nei racconti, c’è un ammonimento per tutti nella tragedia in atto in Turchia.

Qui si racconta la storia di falsi profeti che si sono impossessati delle istituzioni democratiche sfruttando i risentimenti delle masse espropriate dalle forze della globalizzazione e di classi politiche che pensano solo a sé stesse; demagoghi che sono pieni di arroganza, ma a corto di sostanza, stanno portando intere nazioni alla rovina. Se ciò suona simile a quanto sta accadendo in Gran Bretagna, in Europa e negli Stati Uniti in questi giorni, è perché le questioni sono profondamente connesse.

L’ultima volta che così tante tendenze disastrose sono apparse convergere in una sola direzione, ci sono volute due Guerre Mondiali per ripristinare le cose. Possiamo ancora evitare il collasso ma, per farcela, gli scoraggiati milioni di abitanti in quei Paesi che non hanno ancora superato il punto di non ritorno devono scuotere il proprio torpore e rendersi conto che il loro destino – e la loro salvezza – sono legati a coloro che hanno perso tutto. I mari sono in tempesta, abbiamo una sola barca e c’è bisogno di ripararla.

Davide Galati

Dedicatosi in passato all’economia internazionale, coltiva la sua apertura al mondo attraverso i social media. Editor della testata nonché presidente dell’omonima A.P.S.

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