La speranza dei migranti si è fermata a Lesbo


Rifugiati siriani e iracheni in arrivo dalla Turchia sbarcano sull'isola di Lesbo, 30 ottobre 2015, Wikimedia Commons
Rifugiati siriani e iracheni in arrivo dalla Turchia sbarcano sull'isola di Lesbo, 30 ottobre 2015, Wikimedia Commons

È trascorso un mese da quel 20 marzo. Una domenica come altre per molti, ma per le migliaia di richiedenti asilo, rifugiati e migranti che dalla Turchia erano in viaggio verso l’Europa quella data rappresenta il momento in cui le cose sono cambiate, dal giorno alla notte, creando nuove incertezze, dubbi e violazioni dei diritti umani.

L’accordo siglato tra Unione Europea e Turchia ha cambiato le carte in tavola chiudendo, di fatto, i confini europei e la rotta balcanica per tutte le persone in transito. L’accordo, promosso dalla Commissione Europea e approvato dalle autorità turche, prevede una serie di provvedimenti che vanno a riformare la gestione comune della, così chiamata, crisi dei rifugiati.

In primo luogo, tutti i migranti sulla rotta balcanica saranno respinti in Turchia, a spese dell’Unione Europea, a meno che non scelgano di fare domanda di asilo in Grecia. In secondo luogo, le autorità europee si impegnano ad aprire dei corridoi umanitari per trasferire in maniera legale i richiedenti asilo siriani, dando precedenza a donne e bambini secondo i criteri di vulnerabilità stabiliti dall’UNHCR, in Germania, Italia o qualsiasi altro Paese. Sono stati messi a disposizione 18.000 posti e l’impegno formale prevede che per ogni persona deportata in Turchia, una venga accolta.

Anche il sistema di distribuzione dei richiedenti asilo promosso dalla Commissione lo scorso maggio dovrebbe essere maggiormente sfruttato con il fine di sostenere l’accoglienza e la protezione in maniera coordinata e solidale. Infine, l’accordo prevede aiuti economico-finanziari per Ankara, la potenziale liberalizzazione dei visti per l’Europa e la promessa formale di riprendere le trattative per l’ingresso nell’Unione Europea.

L’accordo ha sollevato da subito molte critiche. In particolare, appare chiaro un paradosso legale per cui da un lato si trova la Turchia che non ha ancora ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 che stabilisce le regole in termini i diritto di asilo e, quindi, secondo molte Associazioni, non dovrebbe essere considerata un Paese sicuro, dall’altro lato c’è la Grecia che respingendo di fatto richiedenti asilo e profughi in Turchia viola quella stessa Convenzione (ratificata da Atene) e di conseguenza il diritto internazionale. In mezzo? Soltanto un lembo di mare dove nel 2015 hanno perso la vita più di 4000 persone.

Elisabeth Collett, direttrice del Migration Policies Institute Europe, in un articolo pubblicato su Migration Policy, solleva anche concreti dubbi riguardo alla capacità effettiva e concreta della Turchia di ricevere e accogliere i richiedenti asilo: a febbraio 2016, erano più di 200.000 le domande presentate e soltanto 38.595 quelle effettivamente valutate.

In Italia, le Associazioni sono in prima linea nell’opposizione all’accordo: in particolare le Ong parte del Tavolo Nazionale Asilo (Asgi, Arci, Asgi, Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Centro Astalli, FOCUS – Casa dei Diritti Sociali, Medici per i Diritti Umani, Consiglio Italiano per i rifugiati, SenzaConfine) si sono rivolte al Parlamento per chiedere di “sottoporre a ratifica la decisione dei Capi di Stato e di Governo e di non autorizzare la stessa per contrarietà al diritto europeo, alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, all’art. 10, 3° comma della Costituzione italiana e più in generale ai principi fondamentali della nostra civiltà giuridica e della nostra tradizione democratica.”

 

 

Nel frattempo a Lesbo il tempo sembra essersi fermato. L’isola greca è, per ragioni geografiche, ormai da anni in prima linea nell’accoglienza e nella prima assistenza ai richiedenti asilo.
Antonios Zeibekis lavora nell’isola dell’Egeo per Iliaktida, una piccola Ong locale. “Il 20 marzo rappresenta una cesura –  racconta intervenendo alla UNITED Conference Moving Stories di Torino – chi è arrivato prima viene accolto nell’hotspot per poi accedere al sistema di asilo e di redistribuzione in Europa, chi è arrivato il giorno dopo viene sostanzialmente rinchiuso in condizioni terribili in attesa di essere rispedito indietro.”

Il campo di Moria si è trasformato in una “prigione per mille persone”, parole dei portavoce di UNHCR e Medici Senza Frontiere che hanno deciso di interrompere le loro attività. “La situazione è congelata – continua Antonios – nessuno sa cosa succederà, appena si è sparsa la voce gli sbarchi sono rallentati, ma ora le persone hanno ripreso ad arrivare.”

La maggior parte degli arrivi riguarda siriani, seguiti da afghani ed iracheni. Tra gli attivisti greci è il senso di sconforto e pessimismo a prevalere, l’impressione è che ormai sia stata valicata la linea che separa una situazione gestibile dal caos. Dalle parole e dalle espressione di tutti gli operatori greci confluiti in Italia per la conferenza UNITED emergono le difficoltà di lavorare ogni giorno a contatto con decine di migliaia di persone cui si vorrebbe offrire protezione, asilo, diritti mentre dall’alto, da un giorno all’altro, può cambiare tutto.
Difficile prevedere quello che accadrà ora: nei primi mesi del 2016 gli arrivi via mare a Lampedusa sono duplicati rispetto ai mesi precedenti, tuttavia come osserva Ugo Melchionda di IDOS, “Si tratta prevalentemente di persone provenienti dall’Africa Sub-Sahariana. La mia impressione è che gli altri, i siriani, gli iracheni, gli afghani stiano aspettando di capire come evolverà la situazione.”

Se l’obiettivo dell’accordo è ridurre il numero di richiedenti asilo nell’Unione Europea, il continuo flusso di richiedenti asilo che arrivano sulle coste di Lesbo ne dimostrano la fallacia. Se l’obiettivo dell’accordo è ridurre il numero di morti in mare, l’ultimo naufragio nel Canale di Sicilia che la scorsa settimana è costato la vita a centinaia di persone racconta, per ora almeno, un’altra storia.

Angela Caporale

Giornalista freelance. Credere nei diritti umani, per me, significa dare voce a chi, per mille motivi, è silente. Sogno di scoprire e fotografare ogni angolo del Medio Oriente. Nel frattempo, scrivo per diverse testate, sono nata su The Bottom Up

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