A un progetto italiano il Data Journalism Award 2015

Sul podio del Data Journalism Awards 2015 è salito anche un progetto italiano. È quello di Matteo Moretti, “People’s Republic of Bolzano, una finestra sulla comunità cinese dell’area altoatesina di Bolzano attraverso video-interviste, grafici e visualizzazione dei dati. Soddisfatto del risultato di questa sorta di Pulitzer del Data Journalism internazionale, Moretti (Università di Bolzano) ci parla del suo progetto, non nascondendo la sua sorpresa per il risultato di un lavoro che ha visto impegnati un antropologo culturale, un giornalista, due designer e uno sviluppatore.

Matteo, è sorpreso dalla vittoria del suo progetto People’s Republic of Bolzano? Cosa ha colpito di più la giuria?

Sì, sono sorpreso, fa un certo effetto vedere il proprio lavoro vincere accanto a giganti dell’informazione come Al Jazeera, Wall Street Journal, BBC, La Nacion e Berliner Morgenpost. È altresì vero che nonostante il tema iper-locale, il nostro progetto impiega una metodologia di indagine e divulgazione interessante e forse replicabile per altri temi sociali. L’idea di accostare un’indagine quantitativa con una qualitativa, mostrando sfaccettature differenti dello stesso fenomeno e raccontare la storia da diversi punti di vista ha infatti funzionato bene, non solo per i Data Journalism Awards, ma soprattutto per l’apertura di un dibattito locale nella comunità bolzanina. I dati non sono tutto, e con le interviste qualitative abbiamo cercato di dare un volto, un’umanità ai numeri, mostrando un’evidenza forse più forte di quella rappresentata dalle statistiche.

Immagine tratta dal sito del Progetto

People’s Republic of Bolzano” è una finestra aperta sulla comunità cinese di Bolzano – appena 633 abitanti cinesi su 105.713 residenti – fatta attraverso interviste video, grafici e visualizzazione di dati. Una comunità piccola e frammentata, in una città – quella altoatesina – che può essere considerata un laboratorio di convivenza della diversità. Eppure, ascoltando le otto videointerviste presentate, colpiscono i racconti sulla difficoltà di integrazione, sia delle prime che delle seconde generazioni. Una studentessa brillante viene vista con incredulità; una ricercatrice universitaria viene scambiata per una addetta delle pulizie, e una ragazzina viene chiamata addirittura “banana” per il suo essere metà cinese e metà italiana. A fronte di una integrazione economica che è nei fatti, paiono sussistere dei pregiudizi. E così?

Non proprio. Gli episodi che lei cita sono molto diversi tra loro e vanno contestualizzati, il rischio altrimenti è una banalizzazione del lavoro. Yingjun Chen è una ragazza che arriva dalla Cina a 14 anni senza sapere una parola di italiano. Rispettando i tempi (5 anni) si diploma con 110 e lode, imparando ovviamente la lingua italiana. La situazione è un differente rispetto a quella di una “studentessa brillante”: quanti sono gli studenti in Italia che si diplomano con 110 e lode? Quanti tra loro con background migratorio? E quanti ancora tra loro che sono arrivati a 14 anni nel nostro Paese? (quindi senza aver ricevuto un’istruzione in lingua italiana fino al giorno prima?). Trovo che lo stupore da parte dei suoi compagni e da parte degli insegnanti sia naturale e sano, e non frutto di un pregiudizio.

“Banane” è un soprannome che i cinesi “puri” danno ai nuovi nati in un Paese occidentale (gialli fuori e bianchi dentro), non è collegato allo specifico di Bolzano, quanto invece alla cultura cinese. Troverà racconti legati a questo aneddoto in tutte le comunità cinesi del mondo Possiamo parlare di un pregiudizio che nasce e si sviluppa all’interno delle comunità cinesi, non tra cittadini cinesi e bolzanini.

Con le interviste abbiamo voluto mettere in crisi i pregiudizi che spesso avvolgono i membri della comunità cinese, mostrando un’immagine ben diversa rispetto a quella precostituita. Non è lo stupore dei compagni di Yingjun, ma il fatto che lei trovi la scuola italiana più facile di quella cinese (la scuola in Cina molto più selettiva), non è la “banana” di Romina ma la sua riflessione che siamo “tutti banane” quando espatriamo, così come il racconto di Hongling che candidamente confessa che, a conti fatti, le sarebbe convenuto rimanere in Cina invece che venire in Italia per trovarsi a 60 anni a fare tre lavori rincorrendo la pensione. Yi Yi spiega invece come attraverso il “Guanxi” i cinesi possano disporre di grosse somme di contanti senza ricorrere a prestiti bancari, sfatando il mito che dipinge la mafia cinese finanziare i loro business; altra cosa inaspettata è anche come il figlio di Xiaofeng si senta metà italiano e metà tedesco, ignorando completamente la sua parte cinese.

Perché non avete scelto di intervistare anche qualche italiano che vive a Bolzano, per dare voce anche all’altra faccia della medaglia?

Il nostro progetto è una finestra aperta sulla comunità cinese di Bolzano, abbiamo mostrato chi sono e cosa pensano alcuni dei cinesi di Bolzano, cercando di chiarire equivoci culturali e mostrando, dati alla mano, come non ci sia un’invasione. La mia ricerca sul visual journalism mira ad aprire dibattiti su fenomeni sociali, mostrandone le diverse sfaccettature e punti di vista, offrendo inoltre un punto di entrata su tematiche complesse. Cerco di portare alla ribalta la complessità dei fenomeni sociali, in contrasto con la semplificazione operata spesso dai media, che frequentemente riduce il tutto a “i due lati della medaglia“.

Gli otto cittadini cinesi che abbiamo intervistato sono molto differenti tra loro e non sono assimilabili se non attraverso il luogo comune che “sono tutti cinesi”. Xiaofeng e Mhouzi sono ricercatori universitari, che non appartengono alla comunità cinese, sono arrivati a Bolzano per motivi di studio, Romina è l’unica di seconda generazione che abbiamo intervistato, Ju Wu Xu e Hongling appartengono alla prima ondata di immigrati cinesi, mentre Yanghui, Yi Yi e Yongjun sono arrivati qui da ragazzi e hanno ricevuto un istruzione italiana.

Abbiamo cercato di mostrare come dietro all’etichetta di “cinesi” ci sia una varietà incredibile di situazioni e persone ben diversa e sorprendete rispetto a quella che li vuole invasori, chiusi nella loro “Chinatown”. In questo contesto non abbiamo sentito il bisogno di dare voce “all’altra faccia della medaglia” perché non esiste. Quale sarebbe esattamente?

La comunità cinese a Bolzano si è sviluppata soprattutto negli ultimi 10 anni, ed è significativo lo scarto che esiste fra vecchie e nuove generazioni in termini di chance professionali. Eppure la tradizione resta per i cinesi un valore molto forte. La nuova identità emergente nel confronto fra vecchie e nuove generazioni risulta sfumata?

Non sono un sinologo, premetto, posso rispondere per quello che è stata la mia esperienza con i ragazzi intervistati. La tradizione cambia, eccome, nel nostro progetto parliamo infatti di “nuova tradizione”. Yanghui che racconta dell’occidentalizzazione dei suoi genitori, decide di non lavorare nel ristorante di famiglia (come vuole la tradizione) ma invece apre un suo stand di Bratwurst (piatto tipico tirolese). Oppure Ju Wu Xu e Hongling che decidono di trascorrere in Italia la propria vecchiaia, contrariamente a come vuole la tradizione, che li vede lavorare in Occidente per trascorrere la pensione in Cina. E poi abbiamo Yingjun che non vuole sposarsi entro i 22 anni come da tradizione e che cercherà di continuare gli studi, forse tornando in Cina, una volta laureata, se l’economia italiana non si riprenderà. La nuova identità emergente sta cambiando plasmando la tradizione.

Immagine tratta dal sito del Progetto

Quali sono a suo avviso gli elementi che rendono il vostro racconto un racconto rappresentativo di un fenomeno globale?

L’aspetto delle tradizioni in continuo movimento (e in cambiamento), è un fattore globale, antichissimo che ritroviamo ovunque, così come i pregiudizi nei confronti di chi è diverso da noi.

Da un lato il nostro lavoro funziona come una finestra, mostrando un fenomeno locale, dall’altro come uno specchio, mettendoci davanti all’inadeguatezza delle nostre posizioni, spesso arbitrarie e infondate, basate su pregiudizi.

A che punto è l’Italia quanto a sviluppo del legame fra storytelling e utilizzo dei big data? Ci sono lavori che l’hanno particolarmente colpita?

Premetto che il nostro lavoro non si occupa di “big data”, anzi l’opposto, abbiamo lavorato con 633 identità, 51 bar su 441, 126 aziende su 9543 e così via. Numeri piccoli, con una densità di informazioni bassissima. Il fondo per i giornalismo innovativo Journalismfund,  ha pubblicato una statistica con i Paesi che maggiormente richiedono ed ottengono finanziamenti per progetti innovativi: l’Italia è al primo posto. Produciamo ottimi lavori, spesso finanziati da partner esteri e non nazionali, un vero peccato. In Italia vengono prodotti ottimi lavori come “The dark side of the Italian tomato  oppure “The Migrant files” vincitore del Data Journalism Award 2014. Ottimi lavori, riconosciuti internazionalmente, finanziati esternamente. L’innovazione nasce lontano dalle grandi strutture.

Quali dei lavori in gara, premiati o non premiati, hanno suscitato il suo interesse?

Sono rimasto particolarmente colpito dall’efficacia della visualizzazione di Tynan DeBold e Dov Friedman sull’impatto dei vaccini nel XX secolo, cosi come da “In between California” di Lam Vo e Rhyne Piggott per Al Jazeera America, per come abbiano combinato storytelling e data visualization.

Ha già in mente un nuovo campo di indagine per i prossimi Data Journalism Awards?

Non posso rivelare molto, se non che sono al lavoro su un nuovo progetto sempre di rilievo locale che vuole aprire un dibattito a livello europeo. Non so se parteciperò ai Data Journalism Award del prossimo anno, mi piacerebbe, ma ci penserò una volta concluso e pubblicato il lavoro.

 

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