Acqua: milioni di persone senza, milioni di km per cercarla

Bambini di un villaggio in Ghana nella loro attività quotidiana prima di andare scuola - Foto di Davide Galati, rilasciata in licenza CC

Le cifre diffuse non sono mai le stesse. Una cosa è certa, milioni e milioni di persone al mondo – probabilmente 1 miliardo – non hanno accesso all’acqua potabile. E si calcola che, entro il 2025, la proporzione della popolazione al mondo che vivrà in aree o Paesi di difficile accesso a questo bene, aumenterà di due terzi.

Vuol dire morire per tutte quelle malattie collegate all’assenza d’acqua o all’approvvigionamento a fonti contaminate. Vuol dire – per i bambini – andare a scuola già stanchi, dopo ore di cammino verso i pozzi o i fiumi. Vuol dire scarsi livelli di agricoltura, per la mancanza di irrigazione. Vuol dire un’economia povera e di sussistenza e non riuscire a migliorare la propria condizione.

In molti Paesi in Via di Sviluppo, donne, ragazze e bambini camminano una media di quasi 6 chilometri al giorno per andare a raccogliere l’acqua. Le donne, in particolare, lavorano a questo compito 15 ore a settimana. Sono 3.5 milioni di persone, quelle che muoiono ogni anno per malattie collegate all’acqua infetta. E la mancanza d’acqua – si sa – è strettamente collegata alla povertà: due su tre persone che hanno bisogno d’acqua sopravvivono con meno di 2 dollari al giorno.

Il 2005-2015 era stato nominato il Decennio dell’Acqua dalle Nazioni Unite, ma troppa strada c’è ancora da fare – basta guardare i numeri -. L’ONU si sta preparando quindi alla nuova sfida, tentando di elaborare un programma sostenibile e… realmente attuabile. Ricordando che se 1 miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile o ha problemi di approvvigionamento, vuol dire che anche tutti gli altri  diritti sono in gioco.

Nel 2010 una Risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riconosceva eplicitamente il diritto all’acqua e ai servizi sanitari e riconosceva che questi sono essenziali alla realizzazione di tutti i diritti umani. La Risoluzione invitava gli Stati e le Organizzazioni internazionali a “garantire risorse finanziarie, favorire il trasferimento di competenze e tecnologie per aiutare i Paesi – in particolare quelli in Via di Sviluppo – ad affrontare il problema e a fornire acqua sicura, pulita, accessibile e a prezzi bassi, per tutti“.

Oggi, la situazione sembra ancora più seria. L’urbanizzazione sfrenata – ad esempio – e il trasferimento in massa nelle città, vanno ad incidere sulla natura dei servizi. Molte città e capitali dei Paesi in Via di Sviluppo, mancano di servizi fognari e spesso l’acqua arriva da fonti non controllate e passa attraverso condutture malsane. E la situazione – come si può immaginare – è assai peggiore nei villaggi rurali.

La diarrea rimane una delle maggiori cause di morte infantili. Si calcola che causi ogni anno la morte di 1.5 milioni di bambini, per lo più sotto i 5 anni di età e nei Paesi in Via di Sviluppo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva stimato l’incredibile cifra di 2.7 miliardi di persone, entro il 2015, senza accesso ai servizi sanitari essenziali. I due diritti, come ricordava anche l’Assemblea Generale delle nazioni Unite, vanno di pari passo. L’acqua è la vita, si sa. La mancanza d’acqua, la morte.

 

Antonella Sinopoli

Giornalista professionista e blogger su Ghanaway. Si interessa e scrive di Africa, diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali.

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