Quando la protesta nasce sui social e i governi li oscurano

Cresce il malcontento contro politiche e governi, e corre veloce sui canali che le persone usano quotidianamente, ormai in tutto il mondo. Ma la risposta, in molti Paesi, dalla Turchia all’Etiopia, dal Brasile al Vietnam, è oscurare i canali social: bloccare Facebook, Twitter, YouTube per far sì che le criticità non emergano, che gli attivisti non si organizzino, che un movimento di protesta non si possa costituire. E non è solo una questione di diritti politici e di espressione, uno studio sottolinea – infatti – come questi blocchi abbiano anche un grave impatto sull’economia dei Paesi in questione.

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Diritti digitali, restrizioni e sorveglianza nel mondo

Da Netizen Reporter e Global Voices Advocacy il quadro delle libertà (o meno) online. Si parte dal Vietnam e Cina. E poi Guatemala, Russia, Perù, Brasile. Leggi, disposizioni, programmi governativi che – denunciano Rapporti o semplici cittadini – vogliono controllare tutto quanto accade e viene trasmesso su Internet.

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