India e crisi ambientale, informazione soffocata dalla censura

Se è vero che la democrazia si misura anche attraverso la libertà e l’indipendenza dell’informazione, allora lo Stato indiano è in allarme. Troppo spesso, infatti, i giornalisti vengono messi a tacere e le notizie “scomode” per il Governo non vengono diffuse. Dai gravi problemi ambientali del Tamil Nadu alla carenza di acqua nei piccoli villaggi fino ai casi di suicidi in aumento, molti eventi dell’India sono mal documentati. Diminuisce, così, la qualità della democrazia e la possibilità di avere una popolazione davvero consapevole.

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Libano in fermento. E un film sul calcio narra storie dei rifugiati

Le proteste, partite il 17 ottobre in Libano, continuano senza l’avvio di consultazioni per la creazione di un nuovo Governo, dopo le dimissioni del primo ministro Saad Hariri il 29 ottobre scorso. A creare malcontento è una situazione economica molto difficile, esacerbata dall’introduzione di una tassa sulle chiamate VoIP, e una rabbia diretta ad una intera classe politica ritenuta responsabile dei dissesti del Paese. Il documentarista Stefano Fogliata è da pochi giorni tornato da Beirut, sua città adottiva, e ci racconta sensazioni e pensieri dalla piazza.

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L’Amazzonia piange i suoi “Guardiani”. E la mattanza continua

Nella foresta pluviale prosegue l’escalation di violenza contro i difensori ambientali. Minacce, intimidazioni e omicidi si susseguono in un clima di quasi totale impunità. In un contesto dove patrimonio ambientale, diritti dei popoli indigeni e sviluppo economico sono strettamente interconnessi e imprescindibili gli uni dagli altri, l’attivismo rappresenta un vero e proprio ostacolo per i loschi affari di quanti vedono nell’Amazzonia solo una mucca da mungere per il proprio profitto. Ecco perché attori governativi e societari si adoperano per silenziare gli ambientalisti con metodi definibili mafiosi.

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Samos chiama l’Europa, nell’hotspot emergenza fuori controllo

È trascorso quasi un mese dal terribile incendio che nella notte di lunedì 14 ottobre ha devastato la “giungla”, vasta area dove risiedono i migranti che non hanno beneficiato di una collocazione all’interno dell’hotspot nella piccola isola greca. La realtà è che l’hotspot è al collasso, incapace di tutelare sia i rifugiati, di cui calpesta dignità e diritti, che i locali, che lamentano il forte calo nel turismo, di cui di fatto vive l’isola. Entrambi – rifugiati e popolazione di Samos – sembrano uniti dallo stesso destino: l’impossibilità di un futuro migliore, ed è sempre più urgente la necessità di un intervento da parte della UE.

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Africa, Facebook, peccato originale e l’incapacità di comunicare

Se Facebook fosse un’arena di leoni a fine giornata si conterebbero più morti (sbranati) che sopravvissuti. Soprattutto su certi temi che toccano il continente africano o gli africani che vivono in Europa. A volte, invece, bisognerebbe abbassare la guardia e ascoltare. Forse è il caso di smettere di pensare che c’è “un mondo contro” là fuori. Un mondo da combattere. Là fuori, fuori da questo social, c’è gente che apprezza il confronto, apprezza lo scambio e non è automaticamente da accusare se non la pensa come voi e solo perché macchiato dal peccato originale dell’occidentale colonizzatore.

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Aborto non sicuro, così il mondo calpesta i diritti delle donne

Ogni anno, secondo i dati dell’OMS, vengono praticati nel mondo 25 milioni di aborti “pericolosi”. Il fenomeno è dovuto, da un lato, alla presenza di normative statali che vietano tout court l’interruzione di gravidanza. Dall’altro, al modo in cui vengono applicate le leggi laddove lo stesso è libero e legale. Sul piano internazionale, la questione è stata inquadrata nel contesto dei diritti fondamentali delle donne. E sebbene non possa dirsi che esista, nell’ordinamento giuridico internazionale, un diritto all’aborto, la prassi degli organismi a tutela dei diritti umani sembra muoversi proprio in direzione del suo riconoscimento.

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Uganda, le periferie del mondo che non interessano a nessuno

Inoltrarsi nelle periferie dei Paesi africani (come in tante altre periferie del mondo) vuol dire lasciare la sfavillante realtà di città in crescita, di sviluppo rapido, di proiezione verso il futuro. Vuol dire rendersi conto che questa crescita, questo sviluppo non toccano (o alcune volte peggiorano) la vita di migliaia, milioni di persone che ancora combattono contro fame, povertà, esclusione. Un viaggio dal Nord all’Est dell’Uganda in campi rifugiati, ghetti e popolazioni che non sono più padrone delle loro scelte e stanno perdendo il contatto con la loro storia, le loro vite, le loro tradizioni.

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Repubblica Centrafricana, se la giustizia è affidata ai criminali

L’accordo di Khartoum ha segnato, sotto il profilo formale, la fine della guerra civile iniziata nel 2012 ad opera dei ribelli del gruppo di miliziani della Séléka. Il processo di riconciliazione nazionale sembra però inficiato dal persistente clima di impunità verso i gravi crimini perpetrati dalle parti in lotta, anche perché il sistema giudiziario centrafricano è collassato a causa della crisi. Le istituzioni statali avrebbero in realtà a loro disposizione dei validi strumenti di giustizia transitoria che, forse per ragioni politiche, non sono stati ancora utilizzati appieno.

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ISIS, la controversa politica dei rimpatri in Asia Centrale

Si stima che tra il 2011 e il 2018 un numero di cittadini asiatici compreso tra 2.000 e 5.000 si siano trasferiti in Siria o in Iraq per sostenere lo Stato Islamico. Alcuni si sono sposati lì e hanno avuto dei figli, altri sono andati via con le famiglie e hanno avuto poi altri bambini. Ora che i gruppi armati estremisti hanno perso gran parte del loro territorio, molti di questi soggetti sono nei campi rifugiati, e si pone la questione di se e in che modo rimpatriare queste persone nei Paesi di origine cercando di reintegrarli nel modo migliore. La questione è importante anche per le molte donne, e i loro bambini, coinvolti.

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Konglish, la variante coreana della contaminazione linguistica

La lingua inglese è diffusa in tutto il mondo e in alcuni Paesi ha portato allo sviluppo di peculiari varietà utilizzate quotidianamente dagli interlocutori di quello specifico territorio. Si tratta di fenomeni linguistici e culturali da celebrare, il simbolo di un futuro dove la differenza significa inclusione e non esclusione, oppure sono da condannare come fenomeni grossolani distanti dalla correttezza dello standard? Uno dei casi più famosi è la Corea, dove i termini nati dall’unione tra inglese e coreano sono ormai parte integrante della società, un’ufficialità conferita sul campo, non dai libri.

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