Voci Globali

Dove vanno i citizen media, riflessioni dal summit #GV2015

Il 24 e 25 gennaio scorsi ha avuto luogo a Cebu, la seconda città delle Filippine, il Global Voices Citizen Media Summit, una conferenza bi-annuale dell’omonima rete mondiale di netizen sulla situazione  dei media partecipativi, del blogging, del giornalismo e dell’attivismo. Questo summit è coinciso con il decimo anniversario di Global Voices, il sito della comunità dei media partecipativi creata da Ethan Zuckerman e Rebecca MacKinnon alla fine del 2004. All’evento hanno partecipato trecento giornalisti o citizen journalist, attivisti e studiosi della comunicazione, provenienti da più di sessanta paesi.

Il fondatore di Global Voices, Ethan Zuckerman, ha riassunto in un post le sue riflessioni sull’evento. Ne anticipiamo un breve stralcio, rinviando a una traduzione integrale del suo intervento che pubblicheremo a breve.

Global Voices è iniziato come un progetto che raccoglieva post da blog di tutti il mondo, possibilmente organizzandoli in storie tematiche che aiutavano a comprendere la situazione dei media sociali in una particolare regione o area. Col passare del tempo, abbiamo iniziato a fornire la possibilità ai media partecipativi di dare notizie sempre più rapidamente, vere e proprie “notizie dell’ultim’ora”, dal punto di vista dei citizen journalist, attraverso blog, tweet, video e post su Facebook.

Comincio ad avere qualche dubbio che in futuro continueremo a poterlo fare. Non so se riusciremo ancora a lavorare in questo modo. Sempre di più i citizen media sono privati, o semi-pubblici, fatto che fa sorgere alcune domande molto interessanti su come essi vengono utilizzati dal nostro giornalismo. […] E’ giusto ed etico usare come fonti questi spazi semi-pubblici? Probabilmente non c’è una risposta sempre valida – piuttosto è una domanda a cui si deve rispondere caso per caso.
[…]
Molte delle nostre conversazioni con gli attivisti suggeriscono che il loro lavoro organizzativo non si svolge più prevalentemente su spazi pubblici come Facebook e Twitter, ma su tool privati come WhatsApp. Quando i rivoluzionari progettano movimenti sociali su WhatsApp, l’architettura e i regolamenti della piattaforma diventano estremamente importanti. I designer di WhatsApp probabilmente non hanno previsto che la loro app fosse usata per coordinate movimenti politici, e non appena questo avviene in contesti repressivi, nascono dubbi su quanto la piattaforma sia in grado di proteggere gli utenti.

A seguire, il post integrale in italiano, su Voci Globali.

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