Essere donne in Ghana, tra tradizione e povertà

[ Antonella Sinopoli, coordinatrice editoriale di Voci Globali, risiede attualmente in Ghana, nella Regione del Volta, per una permanenza di alcuni mesi. Oltre che partecipare da lì alla vita della nostra redazione, contribuisce alla pagina con articoli e aggiornamenti sulla realtà del Paese in cui vive e sul continente africano.]

Foto pubblicata su Flickr dall'utente mhelleberg con licenza CC BY 2.0

Essere donna è un privilegio, uno sguardo aperto sul mondo da una prospettiva unica. Ma essere donna ha “conseguenze” specifiche legate al luogo in cui si è nate, in cui si vive, in cui si impara… qualche volta a sopravvivere più che a vivere. Come in Africa.

Naturalmente essere donna in Africa non vuole dire solo lotta quotidiana, deprivazione e povertà, anzi esiste una classifica delle dieci donne più ricche e potenti del continente. Ma già guardando le loro storie, la loro provenienza (anche geografica) e le loro biografie si intuisce che non sono davvero loro a rappresentare l’Africa di milioni e milioni di altre donne.

Mi soffermo sul Ghana perché, di quel continente, è il Paese che conosco meglio. Un Paese che negli ultimi anni ha registrato ottime performance dal punto di visto della crescita del PIL, di interesse turistico e degli investimenti. Oro, petrolio, e cacao le principali esportazioni e poi, a giocare un ruolo certamente positivo, è la stabilità politica del Paese.

Ma qual è la condizione femminile? Parità di diritti sulla carta costituzionale, parità che sbiadisce sempre più man man che ci si avvicina alle zone più povere, alle aree lontane dalla capitale o dalle grandi città.

Spesso ore di cammino per prendere l’acqua dai ruscelli o dai pozzi, giornate intere in mercati rumorosi e insalubri o nei campi, bambini sulle spalle, mariti a volte troppo presi dalle loro privazioni per occuparsi anche di quelle della famiglia. Che qualche volta rimane elemento di coesione imposta da regole di comportamento che nessuno pensa o si sogna di eludere o di contraddire o, semplicemente, di cambiare con scelte diverse. Forse perché le scelte non sono possibili. Laddove sposarsi è una regola sociale fortissima e così pure fare dei figli. Più di quanti se ne possa mantenere. Nella speranza che saranno poi loro a mantenere te.

In Ghana ogni donna partorisce una media di 4.12 bambini e l’età media per dare alla luce il primo figlio è circa 21 anni, ma non è raro incontrare adolescenti incinta o già con un bimbo sulle spalle e un altro nella pancia. Donne che lasciano gli studi – spesso proseguiti fin lì a fatica a causa delle difficoltà economiche – e che rischiano la vita. Il Ghana è al 41esimo posto della lista mondiale riguardante la mortalità materna: in termini reali 350 donne muoiono ogni 100.000 nascite. Difficile parlare di controllo delle nascite: l’uso di metodi anticoncezionali è pari solo al 24% circa contro – per fare un esempio – alla media del 62.7% dell’Italia (questi e altri dati su The World Factbook).

Di violenza sulle donne si discute anche in Ghana, anche se in Paesi come questi vanno analizzati due tipi di questioni: la violenza costante e silenziosa legata alla mancanza di opportunità per bambine, ragazze e poi donne e, appunto, la violenza fisica. Esiste dal 2007 una legge – la Domestic Violence Act – che definisce i vari tipi di violenza sulle donne: fisica, sessuale, psicologica ed economica. Una legge che – due anni prima che in Italia – introduce il reato di stalking. Ma stanno aumentando i casi di molestie sessuali (o solo le denunce?): nel 2010 erano 986 i casi registrati; 1,176 nel 2011 e altri tipi di violenze. E tra il gennaio 2010 e il luglio 2012 si sono registrati 53 omicidi all’interno della coppia.

Ma esistono altri casi di violenze ancora più drammatiche, violenze legate ad usi tradizionali: la servitù rituale e le mutilazioni genitali.

La prima viene praticata dagli Ewe, abitanti del Togo, del Benin e, in Ghana, della Regione del Volta. Consiste, in pratica nell'”affidare” ragazze vergini molto giovani a templi locali – shrine – dove diventano letteralmente schiave dei preti, anziani o custodi del tempio.
La pratica – abolita nel 1998 e punibile con la detenzione di un minimo di 3 anni è ancora in uso. Si chiamano trokosi, e vuol dire schiava degli dei. Ma gli dei, nel trattamento riservato a queste ragazze c’entrano ben poco.

Le ragazze diventato in pratica schiave solo per ripagare i “peccati” commessi dai maschi della famiglia, violenze (anche sessuale), furti, o semplicemente per allontanare la sfortuna e garantirsi il favore degli dei.  Così può capitare che una bambina, generata dalla violenza sessuale di uno zio nei confronti della nipote, diventi una trokosi. E questo viene considerato normale ed è difficile capire che sia qalcosa di inaccettabile. Si sta cominciando dall’educazione, dalle scuole per diffondere la cultura dei diritti di queste donne a non essere (o a non diventare) schiave.

Si calcola che nell’Africa occidentale ce ne siano ancora più di 10.000 in questo stato di schiavitù, 5.000 solo in Ghana.

Altra assurda forma di violenza è la pratica delle mutilazioni genitali femminili. Secondo una recente indagine ancora una media nazionale del 4% di donne tra i 15 e i 49 anni subisce questa pratica, con un’incidenza del 16% nelle ragazze tra i 15 e i 19 anni nell’Upper West Region (contro la media del 60% delle donne tra i 45 e i 49 anni che hanno subito la mutilazione negli anni scorsi a dimostrazione di un notevole cambiamento di rotta). In Ghana esiste dal ’94 una legge contro questa pratica e un successivo emendamento del 2007.

Con queste “armi” alla mano organizzazioni locali si battono per cancellare del tutto quest'”abitudine” legata a norme e tradizioni patriarcali e spesso mortali per le donne. Una strada che vede protagoniste principali le donne stesse.

 

 

Antonella Sinopoli

Giornalista professionista e blogger su Ghanaway. Si interessa e scrive di Africa, diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali.

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