Ciad, un anno di censura, il Governo vieta Internet e dissenso

Dal marzo 2018 è in corso nel Paese una delle più grandi repressioni della libertà di espressione. Blocco di Internet e quindi di Facebook, Whatsapp, Messenger. Anche il sito della BBC è interdetto. Il motivo è ovvio: bloccare il dissenso e le voci non conformi alle decisioni e al volere del Governo. Bloccare voci che vanno verso l’esterno, ma anche quelle che sono critiche nei confronti di ciò che accade nel Paese. Eppure c’è modo di aggirare l’ostacolo utilizzando le VPN, e Internet Senza Frontiere ha avviato una campagna per finanziare i collegamenti.

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Abiy Ahmed, giovane leader a confronto con vecchi problemi

In un continente dove i vecchi leader faticano a staccarsi dal potere, il nuovo primo ministro etiope è presto diventato un’icona di riferimento per molti africani. Se da un lato sta cercando di far uscire il Paese dal passato liberando i prigionieri politici e mettendo fine al conflitto ventennale con l’Eritrea, dall’altro fronteggia il malcontento di molti gruppi etnici che sono stati a lungo ignorati. Come se non bastasse, nonostante il progresso registrato negli ultimi anni, la società è ancora afflitta da povertà e disuguaglianza. Sono quindi molte le sfide per il nuovo giovane leader.

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Africa, le aree di crisi che segneranno la stabilità del continente

Se lo Yemen, la Siria, l’Afghanistan sono i Paesi i cui ormai lunghi anni di guerra stanno contribuendo a devastare il sempre precario equilibrio geopolitico in Medio Oriente, è l’Africa che continua ad alimentare il numero di conflitti nel mondo. E il 2019 si annuncia come un periodo alquanto complesso. Sul fronte della sicurezza molti i Paesi in aperto conflitto o che manifestano forte tensioni. Riuscire a ristabilire la pace, che parte soprattutto dallo stato di diritto e dalla giustizia sociale, è la sfida del continente per questo nuovo anno. In questo articolo i Paesi e le situazioni da tenere sotto osservazione.

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Sud Sudan, scaduti termini accordo di pace. Speranza in bilico

Costruire la strada verso la stabilità non è affatto semplice per il più giovane Stato africano, un territorio distrutto da una guerra etnica violenta e lunga. L’intesa raggiunta con l’ultimo accordo tra le parti prevede il ripristino di un equilibrio istituzionale, territoriale ed economico su base etnica e la fine di ogni violenza. Scontri e aggressioni, però, non si placano e il Paese resta impantanato in una grave emergenza umanitaria. Circa 400.000 sono le persone rimaste uccise l 2013, anno di inizio del conflitto. Più di 4 milioni gli sfollati. Sette milioni di persone necessitano di aiuti umanitari urgenti e l’80% vive al di sotto della soglia di povertà assoluta.

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Autismo in Africa, se tradizione e povertà ostacolano le cure

L’autismo è in molti Paesi una questione nazionale, un tema di salute pubblica per il quale si mobilitano tutti, autorità statali e comunità. In Costa d’Avorio, come altrove in Africa, la situazione è diversa. La cura dei bambini con disabilità, specialmente psichiche, è un autentico problema non solo di salute ma socio-economico e culturale. È un contesto caratterizzato da una forte discriminazione e stigmatizzazione dei bambini disabili, aggravato, nel contesto ivoriano, dai conflitti succedutisi negli ultimi decenni. Un tentativo di affrontare tutto questo è rappresentato dal Centro Marguerite Té Bonlé: abbiamo raccolto la testimonianza della sua responsabile, Anna-Corinne Bissouma.

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Liberia, la dittatura delle multinazionali che acuisce la povertà

Nonostante un passato non segnato da una formale dominazione coloniale, lo Stato liberiano da lungo tempo è stretto nella morsa di una contraddizione che vede le grandi società internazionali sfruttare senza ostacoli risorse del terreno e lavoro a basso costo. Il Governo dal canto suo tende ad appoggiare e favorire gli investimenti esteri, condannando così la popolazione a una situazione di stallo caratterizzata da analfabetismo, povertà e disuguaglianza, respingendo con la forza qualsiasi tentativo di protesta.

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Zimbabwe sotto il controllo del colonialismo commerciale

Il colonialismo è parte integrante della storia africana, l’indipendenza ottenuta in passato ha infatti posto fine alla dipendenza politica ufficiale e ai Governi coloniali, ma non ha sradicato quello che si definisce “colonialismo commerciale”. Invece che aiutare i Paesi africani ad uscire dalla povertà, questo tipo di intervento, tipicamente proveniente da Occidente e Cina, ha in realtà protratto questa situazione, mantenendo al potere figure corrotte e oppressive. Per via delle nuove politiche di apertura al mercato cinese, anche lo Zimbabwe sembra ormai non poter sfuggire a questo malsano meccanismo.

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Swaziland, le elezioni politiche all’ombra del potere del re

Un nuovo rapporto pubblicato lo scorso luglio mostra come le ultime elezioni nazionali tenutesi nel 2013 non sono state democratiche. Al contrario, l’intera rappresentazione elettorale sembra essere servita solo a mantenere lo status quo della monarchia assoluta dominante. Il prossimo 21 settembre il Paese sarà chiamato di nuovo alle urne, e le previsioni non preannunciano nulla di buono. Fintanto che i poteri saranno ancora tutti nelle mani del re, non avverranno cambiamenti significativi ma gli elettori sembrano temere troppo le rappresaglie per attuare un vero mutamento.

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Niger, la radio strumento dell’emancipazione femminile

Matrimoni forzati, spose bambine, poligamia e discriminazioni di genere sono ampiamenti diffusi all’interno della popolazione nigerina, ancora profondamente dominata da una cultura maschilista e patriarcale. Se a questo si aggiunge un grave analfabetismo e la difficoltà di usufruire di elettricità o Internet, la situazione delle donne nel Paese appare seriamente compromessa e relegata alle mura domestiche. Tuttavia rimane la radio, che non solo rappresenta spesso l’unica fonte di informazione, ma si sta anche dimostrando un valido strumento per l’emancipazione e l’indipendenza di queste donne.

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Mali, capire i motivi dell’estremismo per costruire la pace

La recente ondata di attacchi estremisti in Mali ha riportato alla luce la necessità di rivedere l’approccio alla sicurezza militare, unico mezzo impiegato come risposta al terrorismo nel Sahel. Per poter condurre il Paese verso una maggiore stabilità, è invece necessario capire quali siano i motivi che spingono così tanti giovani a unirsi a gruppi armati. Solo affrontando le cause profonde del conflitto e riacquistando la fiducia di un popolo disilluso, questa nazione potrà finalmente intraprendere il cammino tanto sognato quanto sofferto verso la pace.

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