Guerra, armi e tax march, gli USA anti-Trump fanno scudo

I due imprevisti interventi bellici all’estero vengono definiti da più parti “armi di distrazione di massa”, usati cioè per far dimenticare all’opinione pubblica il “Russiagate”, i dissidi istituzionali e i ritardi amministrativi, nonché per risollevare la popolarità di Trump. Intanto perfino nella base elettorale del presidente c’è chi storce il naso, perché non starebbe facendo granché per imporre il programma “America First”. Proseguendo nei tagli ai programmi sociali di base, arriva poi una risoluzione appena firmata che consente ai singoli Stati di negare i fondi per Planned Parenthood e altre cliniche che offrono servizi sanitari per le donne a basso costo, pillola e aborto inclusi. E fervono gli ultimi preparativi per la #TaxMarch di sabato: Obiettivi primari, la trasparenza sui conflitti d’interessi di Trump e la diffusione della sua dichiarazione dei redditi.

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USA: fisco e sanità, gli incubi del nuovo Governo

La ‘Trumpcare’ appare difficile da vendere perfino alla base conservatrice, nonostante la discesa in campo del capogruppo GOP alla Camera, Paul Ryan. E si prevede che 14 milioni di americani perderanno i benefici sanitari nel 2018 e fino a 24 milioni nel prossimo decennio. Intanto la prossima manifestazione nazionale a Washington DC (in aggiunta a molti eventi locali e internazionali) è prevista per sabato 15 aprile (Tax March), ultimo giorno per la presentazione della dichiarazione dei redditi. Obiettivo è spingere Trump a rispettare le promesse in tal senso, visto che non ha ancora reso pubbliche tasse e guadagni. E dal ‘leak’ di due pagine della dichiarazione dei redditi di Trump risalente al 2005, emerge almeno il 20% di sconto sui pagamenti dovuti. Ennesima verità parziale o ulteriore distrazione per media e pubblico?

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La Casa Bianca alimenta divisioni, l’attivismo non demorde

Altra settimana caotica per il nuovo corso presidenziale. Dagli sviluppi sempre più intricati del ‘Russiagate’, con le rivelazioni di Assange sul cyber-arsenale segreto della Cia e il suo incontro con Farage, alla richiesta al Congresso di indagare sulla denuncia di Trump, secondo cui il predecessore Obama lo avrebbe fatto spiare (ma a cui non crede proprio nessuno). Intanto il movimento delle donne ha dimostrato una forte presenza di piazza per l’8 marzo e lo stesso si apprestano a fare i Nativi Americani con quattro giorni di proteste e dimostrazioni culturali nella capitale Washington.

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Trump & co. tra rating al ribasso e scandali alle porte

Meno undici: questo l’indice di approvazione politico di Trump nel suo primo mese da presidente, il più basso da quando la Gallup ha iniziato a registrarli, nel 1953. E nei rating TV il primo intervento al Congresso ha registrato il meno 17% rispetto a quello di Obama nel 2009. Emergono altri dettagli sul “Russiagate” che pare estendersi a macchia d’olio. Crescono gli appelli alle dimissioni per il fresco Attorney General, John Sessions, mentre si preparano altre mega-manifestazioni per l’8 marzo (“A Day Without A Woman”).

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Tanto fumo, poco arrosto: i primi trenta giorni di Trump

Il primo mese del nuovo corso alla Casa Bianca si chiude con un fardello di “fake news” e contraddizioni, lasciando scontenti un po’ tutti. Le contestazioni arrivano anche dalla base repubblicana, nelle bollenti “town hall” dei parlamentari GOP, rispetto all’Obamacare, alle restrizioni anti-immigrazione e al potenziale “Russiagate”. Sgomberati definitivamente i dimostranti contro la Dakota Pipeline Access, il nuovo corso lascia prevedere ulteriori conflitti tra il Presidente in carica e una cittadinanza che, una volta tanto, va diventando sempre più attenta e informata.

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L’Isis ha i giorni contati. Ma forse no, grazie anche all’Europa

L’inasprirsi della situazione sociale e politica in Europa, insieme all’approccio iniziale espresso da Donald Trump sembrano rafforzare il concetto utile all’Islam radicale di un’imminente crociata dell’Occidente, con l’effetto di attirare nuove reclute che giureranno fede alla causa dello Stato Islamico. Sono dinamiche che richiedono molto tempo per realizzarsi ma per un movimento come l’Isis, che guarda ad obiettivi a lunghissimo termine, momenti migliori sono senza dubbio all’orizzonte. Nostra traduzione dell’analisi di Paul Rogers su openDemocracy.

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Caos, editti e retromarce. Donald già nei guai

Bugie, distrazione e confusione. Questa la ricetta su cui si basa il “Circo Trump”, come appare evidente dai suoi primi giorni di insediamento. Si preannuncia così una Presidenza a metà strada tra quella di Nixon (1969-74) e di Reagan (1981-89) entrambe a dir poco assai controverse per la storia moderna americana. Non a caso va già montando la raccolta di firme per richiedere fin da subito l’impeachment di Trump e lo stesso prevedono molti cittadini.

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Si rafforza il movimento anti-Trump, ma il presidente lo ignora

Sarà possibile canalizzare l’energia dei milioni di persone scese in piazza lo scorso fine settimana in un movimento unitario d’opposizione? Ne discutono attivisti, media, esperti e tanti cittadini. E se è ancora presto per dare risposte (positive o meno), proseguono a tamburo battente le iniziative locali e i rilanci online onde fronteggiare i primi, controversi ‘ordini esecutivi’ firmati dal neo Presidente. Insieme a crescenti timori per possibili restrizioni in arrivo nel mondo dell’informazione e del digitale.

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Usa, proteste mai viste prima per un Presidente già impopolare

Il giorno dell’insediamento Trump è stato accolto da quelli che appaiono sempre più come i “Divided States of America”. Sarà dura riunificarli. Intanto l’altrAmerica si prepara a un’opposizione variegata e spontanea nei confronti di un Presidente inatteso e controverso, che ha già toccato l’indice di gradimento più basso della storia (40-44%). Decine le proteste e i boicottaggi (con oltre 60 deputati democrat) organizzati in tutto il Paese e all’estero. Quali gli effetti complessivi? Intanto, aumentano dubbi e preoccupazioni.

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Media sotto attacco e attivismo in fermento, arriva Donald

Nella prima conferenza-stampa dopo sei mesi, il neo-presidente attacca a testa bassa i media, per poi dedicarsi al tipico “Twitter storm”, alimentando i dubbi sulla trasparenza, il dibattito pubblico, la molteplicità delle voci diverse. E mentre proseguono le controverse audizioni al Senato sul possibile gabinetto più ricco della storia Usa, il fronte del dissenso continua ad allargarsi (e organizzarsi), inglobando anche molti seguaci buddisti — tra una miriade di iniziative diffuse per superare attriti e spaccature profonde.

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