Guerre con le armi italiane. Ottavi su dieci nell’export

Cresce il volume d’affari dell’esportazione di armi e armamenti dall’Italia. Nel 2015 ha raggiunto i 7,9 miliardi di euro a fronte dei 2,6 miliardi dell’anno precedente. Ciò che desta preoccupazione, oltre alla questione morale, è il fatto che alcuni tra i principali acquirenti potrebbero utilizzare i prodotti made in Italy per partecipare in conflitti armati e violare i diritti umani, cosa che avviene ad esempio nello Yemen (situazione drammatica che è già costata la vita a più di 6.000 persone) con il sostegno, emblematico da un punto di vista politico e umanitario, all’Arabia Saudita.

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Turchia, tra dittatura, caos e voglia di scappare

Abbiamo lavorato a questa traduzione da openDemocracy prima del tentato colpo di stato del 15 luglio. La nostra attenzione era già puntata sulla Turchia e riteniamo che le riflessioni contenute in questo articolo aiutino a capire la situazione nel Paese. Un tempo ancora di salvezza della democrazia turca, l’influenza dell’UE sta affondando, mentre il Paese è simbolo di disgregazione. Intanto la popolazione è sempre più isolata, alla mercè degli abusi e delle epurazioni del dittatore Erdogan, con l’Europa – appunto – e il resto del mondo che stanno a guardare.

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Afghanistan, il mercato fiorente di oppio ed eroina

“Perché ci riguarda ciò che accade così lontano in una terra da decenni martoriata da guerre come quella afgana? Leggi, ascolti, ti indigni, va bene, ma tutto ciò ha una ricaduta concreta su di noi: il ritorno dell’eroina”. Secondo Enrico Piovesana, giornalista e autore del libro ‘Afghanistan 2001-2016: la nuova guerra dell’oppio’ presentato il 16 aprile a Bologna, nonostante quindici anni di presenza militare internazionale il narcotraffico è più forte che mai, le autorità occidentali non hanno agito se non in casi isolati per contrastare queste attività criminose, e il traffico continua a mietere troppe vittime in Europa, soprattutto tra gli adolescenti.

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Terrorismo e Medioriente, la violenza non è la risposta

Gli attacchi terroristici di Parigi, ultimi dopo una serie di attacchi in Tunisia, Turchia, Iraq, Libano e Russia hanno trasferito in Europa quelle stragi e carneficine che in Siria e altrove sono all’ordine del giorno. Mentre tutto il mondo piange insieme ai cittadini di Parigi che hanno perso i loro cari, i politici si affrettano a impegnarsi in una reazione impulsiva proclamando il mantra “si deve fare qualcosa”. Ma mai come dopo questi attentati l’azione militare appare non più sufficiente: occorre riflettere e adottare una diversa visione.

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Bambini soldato in 23 Stati, ma un film ripropone ancora l’Africa

Con il proliferare del terrorismo internazionale emerge che sempre più bambini e adolescenti, ragazzi e ragazze, vengono reclutati e impiegati per combattere. All’inizio di quest’anno l’Unicef ha pubblicato un report in cui si stima che oggi nel mondo i “child soldiers” sono 250mila e 23 gli Stati che li utilizzano in forma diretta e indiretta. Nonostante le Convenzioni e i protocolli vigenti, ancora si è lontani dal fare progressi affinché non vengano coinvolti minori negli scenari di guerra. Intanto, il film ‘Beasts of no nation’ provoca critiche e riflessioni.

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Femminismo imperialista, Islam e interventi armati

“Il femminismo coloniale/imperialista ha assunto forme vecchie e nuove negli USA. Uno dei contesti della rinascita del femminismo imperialista negli Stati Uniti è ad esempio l’invasione dell’Afghanistan nel 2001”. Ma l’Afghanistan è stato solo l’inizio e una parte dell’imposizione di cliché femminili. E oltre alle guerre giocano un importante ruolo gli show televisivi, libri e pubblicità. Il cosiddetto “femminismo coloniale”, nato nel XIX secolo nel contesto del colonialismo europeo, insiste sulla nozione che il “mondo musulmano” barbaro e misogino, debba essere civilizzato dall’Occidente liberale e “illuminato”; una retorica conosciuta anche come Orientalismo di genere.

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“Il Consiglio di Sicurezza ONU ha tradito il suo mandato”

Ben Ferencz, l’ultimo del processo di Norimberga: la legge, non la guerra, deve essere il modello di riferimento. Nell’ultimo incontro pubblico – all’Ikeda Center for Peace, Learning and Dialogue – il giurista ha rilasciato una lunga intervista. Come cambiare uno stato di guerra permanente? Law not War, è il modello di Ferencz che critica il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, quei cinque Paesi a cui “era stata affidata la responsabilità di salvare le future generazioni dal flagello della guerra”.

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Viaggio in Rojava, incontro tra donne all’ombra dell’Isis

Una delegazione internazionale di donne giuriste, accompagnate da una psichiatra, una video-maker, una giornalista ed una farmacista ha visitato per una settimana i centri di accoglienza alle popolazioni sfuggite all’ISIS in Turchia, Kurdistan iracheno e Rojava.

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Fotogiornalismo di guerra, fra etica e documentazione

Quali sono le sfide del fotogiornalismo nel XXI secolo? Una conversazione con il fotoreporter Pier Paolo Cito. “Sono ancora le grandi agenzie che riescono ad arrivare lì dove molti non arrivano, garantendo maggiori margini di sicurezza. Se questa è la situazione, per produrre in linea di massima del materiale vendibile, un freelance deve recarsi in zone rimaste ‘scoperte’, spesso perché troppo pericolose. È per questo che è importantissimo andarci preparati.”

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“Possiamo essere liberi solo se tutti lo sono”

I diritti umani si basano sul principio del rispetto nei confronti dell’individuo, ma questo rispetto è violato ogni giorno. Questo articolo è stato scritto da una studentessa del Liceo Polivalente Orsoline S.Carlo di Saronno, che ha partecipato al Seminario “Diritti Umani e Giornalismo Partecipativo” tenuto da Voci Globali. Le idee espresse in questo articolo rappresentano il pensiero e le convinzioni dell’autrice. “La nostra sfida più importante è quella di contribuire a creare un ordine sociale in cui la libertà del singolo significherà veramente la libertà di ogni individuo”, N.Mandela.

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