Ouidah, dove i discendenti degli schiavi ti raccontano la Storia

Parlare della tratta degli schiavi può sembrare anacronistico. Non lo è affatto. Non lo è soprattutto in quei luoghi che ne portano prove, segni, simboli e racconti. Non lo è per quelle persone, popoli che ne conservano il ricordo e ne preservano la memoria. Bisogna entrarci dentro in questi luoghi, bisogna parlarci con queste persone. Un viaggio in Benin vuol dire anche questo, ripercorrere i luoghi della memoria. Perché qui non si è affatto dimenticato. La maggior parte di coloro che furono portati via in catene non sarebbero più tornati, non avrebbero riattraversato la “Door of no return”. Ma molti dei loro discendenti sì, e gli eventi vengono tenuti vivi proprio da quelli che hanno deciso di tornare.

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Distrusse Timbuctù, la CPI lo condanna a nove anni di carcere

Una condanna storica quella inflitta dalla Corte Penale Internazionale al terrorista islamico che ha distrutto, nel 2012, nove mausolei e una moschea, sferrando così un duro colpo a un patrimonio culturale dell’umanità.

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Torna alla luce la storia sommersa della tratta degli schiavi

La storia della tratta, quella sommersa sul fondo dell’Oceano Atlantico, ha ancora molto da raccontare. Da qualche tempo è esploso l’interesse al ritrovamento e al recupero delle navi negriere affondate al largo delle coste africane con il loro carico di merci – comprese quelle umane – mentre erano dirette nelle Americhe. Tre secoli è durato quello che può essere definito un genocidio sistematico. La prima di una serie di scoperte che possono riaprire lo studio e la riflessione sulla schiavitù è stata la São José-Paquete de Africa, e un altro grande progetto è partito in Senegal grazie ad un archeologo del posto.

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Un libro per ogni Paese al mondo contro il pregiudizio

Pronti a conoscere il mondo attraverso i libri che raccontano ogni singolo Paese? Progetto ambizioso – e che richiederebbe molte vite – ma che ha trovato un’originale sintesi nel lavoro di una readaholic londinese. Lei si chiama Ann Morgan e fa la scrittrice freelance. Ma soprattutto legge. Non un libro ogni tanto ma, almeno 4 a settimana! Questo almeno è stato nel 2012, quando ha realizzato A year of reading the world. Da allora il suo blog continuato a crescere: la sua esperienza serve a interrogarci sul nostro sapere, e su mondi che spesso trascuriamo.

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L’hijab, cinque verità che stravolgono i luoghi comuni

La questione del velo non si può liquidare con degli slogan o con superficialità: le donne musulmane indossano l’hijab per svariate ragioni, ognuna delle quali può cambiare nel tempo. Questo vale se la donna che lo indossa è un’attivista della comunità, un’atleta olimpica come Elghobashy, una dottoranda, una madre di bambini piccoli, oppure alcuni di questi motivi o tutti. Studi, ricerche e un diverso approccio all’argomento svelano realtà e motivazioni che spazzano via i pregiudizi e le prese di posizione dell’Occidente nei confronti di un oggetto che il più delle volte non ha niente a che fare con il fanatismo religioso.

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Integrazione digitale, iniziative per migranti e rifugiati

App, progetti multimediali, programmi di alfabetizzazione online. Sono molte oggi in Italia le esperienze e le innovazioni che – attraverso le nuove tecnologie – aiutano gli stranieri residenti in Italia ad affrontare la vita nel Paese e l’integrazione. Dai problemi riguardanti la burocrazia all’uso della lingua, dalla produzione di documenti legali all’inserimento nel mondo del lavoro. In questo articolo le esperienze di Fondazione Mondo Digitale e dell’applicazione InfoStranieri, che introducono strumenti di effettiva inclusione partecipativa.

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L’arte che abbatte i muri, la Balkan Route dell’accoglienza

Integrazione, accoglienza, dialogo, sono questi i pilastri dell’azione di decine di migliaia di persone che dedicano, ogni giorno, parte del proprio tempo e delle proprie energie per fare in modo che quella percepita come crisi dei migranti si risolva in un’opportunità di crescita e sviluppo e non nella tomba di essere umani e dignità. Dal Nord Est dell’Italia sono partiti, in questi mesi, alcuni progetti che vedono proprio nell’arte il veicolo più adatto a compiere un viaggio non solo metaforico insieme a migranti e richiedenti asilo.

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Le Kayayo, schiave antiche in un’Africa in trasformazione

Reportage fotografico dal Ghana. La storia di donne che passano tutto il giorno trasportano pesi per pochi soldi. Sono ragazze e donne giovanissime che vivono ai margini delle grandi città: ad Accra, la capitale del Paese, Kumasi, capitale della Regione Ashanti e altri grandi centri. Vivono trasportando pesi sulle loro teste, da un mercato all’altro; da una stazione dei bus all’altra; e verso le costose auto e abitazioni di gente benestante. Bianchi o africani. A fine della giornata mettono in tasca 30 cedi (circa 7 euro). Molte di loro migrano dalle zone più povere del Nord del Ghana. Si stima che ce ne siano 160.000 nella sola capitale, e che ogni anno ne arrivino 15.000.

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Rap e hip hop per dire no al terrore jihadista

L’attentato del novembre scorso al Bataclan di Parigi durante il concerto degli Eagles of Death Metal è solo il simbolo di come anche la musica rappresenti, nella visione dello Stato Islamico, una minaccia all’integrità di un certo pensiero integralista e un’attività contraria alla Sharia. Ovunque vi sia la censura, compare però anche il dissenso, un dissenso che parte proprio dalla musica. A volte trasformandosi in una vera e propria forma di strenua resistenza fatta di beat, versi e refrain. I giovani la usano per parlare di pace, dall’Africa all’Iraq.

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