Crimea, penisola della tortura. Nuove e sconfortanti rivelazioni

[Nota: Traduzione a cura di Stefania Gliedman dall’articolo originale di Yegor Skovoroda pubblicato su openDemocracy]

21 febbraio 2017: I servizi di sicurezza russi perquisiscono abitazioni di Tatari a Kamenka, Simferopoli, e arrestano 10 persone. Fonte: Grani.

A tre anni dall’annessione, i metodi delle forze speciali russe in Crimea ricalcano quelli che anni addietro le hanno rese tristemente famose nel Caucaso del Nord. I tatari di Crimea e gli attivisti pro-Ucraina spariscono senza lasciare traccia; chi contesta le autorità viene arrestato; i musulmani salafiti sono perseguitati. In Crimea, come un tempo nel Caucaso, giornalisti, attivisti e avvocati non hanno certo vita facile.

Tra gli svariati metodi di tortura a disposizione delle forze speciali russe il più popolare sembra essere la scarica elettrica. Il regista ucraino Oleg Sentsov, e gli altri che come lui furono arrestati nel 2014 raccontano le atroci torture subite durante gli interrogatori a seguito di una fantomatica operazione antiterrorismo. Furono torturati anche Alexander Kostenko e Andriy Kolomiets, arrestati per aver partecipato alle manifestazioni in Piazza Indipendenza nel 2013.

Se dopo il caso di Sentsov, che nel 2015 viene condannato a 20 anni di carcere, pare essere il terrorismo a fare paura alle autorità russe, dopo gli eventi dell’agosto 2016 il nemico cambia volto. Non più terroristi quindi, ma sabotatori, che una volta arrestati vengono interrogati e torturati.

Sabotaggio

Tra l’agosto e il novembre 2016 l’FSB effettua 10 arresti in Crimea, tutti con l’accusa di appartenenza a presunti “gruppi di sabotatori” impegnati nella progettazione di attacchi terroristici nella penisola sotto l’egida del governo ucraino.

Le emittenti russe trasmettono le confessioni di tutti gli arrestati, i quali dichiarano di essere al soldo dell’intelligence ucraina (HUR). In seguito comunque alcuni di questi “sabotatori”, riusciti ad avvalersi della consulenza di un legale,  ritrattano, ammettendo di aver confessato sotto tortura.

I primi arresti si verificano in agosto. Il 10 dello stesso mese l’FSB rivela di aver sventato un attentato terroristico in Crimea e di aver “sbaragliato un network di agenti dell’intelligence alle dipendenze del ministero della Difesa ucraino”.  Nel frattempo fonti anonime dei servizi di sicurezza affermano che il 6 agosto un gruppo di sabotatori era partito dall’Ucraina alla volta della Crimea, attraverso le lagune del del Sivaš. Ad attenderli avevano trovato un’unità delle forze speciali dell’FSB. Nel corso degli scontri il colonnello Roman Kamenev, veniva ucciso assieme a due dei sabotatori, mentre il resto del gruppo si dava alla fuga. L’identità delle altre due vittime rimane tuttora sconosciuta.

I media diffondono immagini di prove rinvenute nella macchina di Andrei Zakhtei. Fonte: TASS.

Il giorno seguente le autorità avevano avviato le ricerche dei fuggiaschi, con conseguente chiusura delle frontiere. Molti avevano inoltre segnalato tramite i social media la presenza di soldati e mezzi militari. Secondo fonti anonime riportate da Kommersant, i sabotatori erano stati presi la sera del 7 agosto nel Sivaš, per poi fuggire ancora una volta, lasciando sul campo un soldato russo, Semyon Sychev.

Nonostante i numeri forniti dai media russi, gli arresti confermati erano solo quattro – Redvan Suleimanov, Vladimir Prisich, Evgeny Panov e Andrei Zakhtei. Sulla base degli elementi disponibili, nessuno dei fermati era riconducibile allo scontro armato con i presunti sabotatori; non appartenevano nemmeno allo stesso gruppo, secondo quanto appurato dagli stessi investigatori russi. Dal canto suo, il governo ucraino negava categoricamente l’ipotesi di sabotatori in Crimea, mentre i servizi segreti ucraini dichiaravano di non avere alcun legame con gli arrestati.

A quanto afferma l’FSB, Redvan Suleimanov, tataro della Crimea, sarebbe stato reclutato dall’intelligence ucraina. Suleimanov avrebbe passato informazioni alla polizia riguardo dell’esplosivo all’aeroporto di Sinferopoli e ad alcune fermate dell’autobus sparse per il Paese. Viene arrestato il 30 luglio. È accusato di aver mentito riguardo un presunto attacco terroristico. Non è accusato di sabotaggio e quindi verrà giudicato in separata sede.

Gli altri tre — Vladimir Prisich, Evgeny Panov e Andrei Zakhtei — sono accusati di sabotaggio e terrorismo. Di Vladimir Prisich, camionista di Kharkiv, non si sa nemmeno in che carcere si trova. Il canale Russia-1 ha trasmesso uno stralcio della sua confessione, dove rivela che un agente segreto ucraino gli avrebbe chiesto di “far entrare illegalmente nel territorio russo una scatola 60x60x30”.

La confessione di Andrei Zakhtei viene trasmessa da una emittente russa. Fonte: TASS.

Andrei Zakhtei, 41 anni, è nato nella regione di Lviv; da qualche anno viveva in Russia, con regolare cittadinanza, e nell’estate del 2016 si era trasferito in Crimea, dove lavorava come autista. Secondo l’FSB, Zakhtei sarebbe stato ingaggiato proprio come autista dall’HUR per trasportare un gruppo di sabotatori. Zakhtei ha dichiarato di aver ricevuto una telefonata in cui si chiedeva di prelevare un gruppo il 6 agosto dal villaggio di Suvorovo nella Crimea del Nord. Una volta giunto sul posto avrebbe fatto salire degli uomini dell’FSB per poi accompagnarli al luogo stabilito. “Gli uomini dell’FSB sono smontati ed è iniziata la sparatoria. Io mi sono nascosto tra i sedili” ha dichiarato Zakhtei nel corso delle indagini.

Evgeny Panov, 39 anni, lavorava come autista alla centrale nucleare di Enerhodar, vicino a Zaporizhzhia, ed era attivamente impegnato nella vita politica del suo Paese. Si era candidato alle elezioni nelle fila del partito Ukrop, e aveva combattuto come volontario nel Donbass. Panov viene arrestato la notte del 7 agosto alla frontiera di Kalanchak mentre si appresta ad entrare in Crimea in macchina. Secondo l’FSB Panov sarebbe “uno degli organizzatori dei falliti attentati terroristici”.

I quattro hanno tutti confessato di essere al servizio dell’HUR. Le loro dichiarazioni sono state trasmesse dalle emittenti russe. Panov e Zakhtei sono stati trasferiti nel carcere moscovita di Lefortovo, che ufficiosamente è gestito dall’FSB. E proprio qui alcuni legali indipendenti si sarebbero incontrati con Panov e Zakhtei, dai quali avrebbero appreso un’altra versione dei fatti secondo la quale sarebbero stati costretti a leggere dei testi scritti davanti a una telecamera, sotto la minaccia di tortura.

Scariche elettriche e tortura

Mi hanno picchiato con un tubo di ferro, su testa, schiena, braccia e gambe. Mi hanno appeso per le manette fino a che non ho sentito più le mani; mi hanno passato le ginocchia piegate con sotto una barra di ferro tra le braccia ammanettate; poi due uomini mi hanno sollevato impugnando la barra dai due lati, e ho provato un dolore fortissimo“. Così Evgeny Panov descrive quanto accaduto dopo il suo arresto.  Le sue dichiarazioni sono state inoltrate alle autorità  competenti e si attende a tutt’oggi una risposta dalla commissione investigativa russa.

Panov aggiunge: “durante l’interrogatorio mi hanno messo il pene in una morsa e hanno stretto fino a farmi perdere la sensibilità in quel punto” . Poi ancora percosse, e scariche elettriche: “Mi hanno messo degli elettrodi sul ginocchio destro, sulla gamba sinistra e sul fianco sinistro, poi hanno attaccato la corrente. Sono svenuto più volte.” Anche Vladimir Prisich e Redvan Suleimanov hanno dichiarato di essere stati torturati con scariche elettriche, ma non si hanno dettagli al riguardo.

Dicembre 2016: Evgeny Panov nel tribunale di Lefortovo, Mosca. (c) E. Chesnakova / RIA Novosti. Tutti i diritti riservati.

Zakhtei sulle mani ha ancora delle cicatrici, notate anche dai medici che lo hanno esaminato quando si trovava in attesa di giudizio a Sinferopoli. “Quando gli uomini dell’FSB mi hanno strattonato per le manette mi sono rimasti i segni spiega. “Con le scariche elettriche avevo le convulsioni e le manette mi hanno tagliato i polsi. Mi hanno messo sotto scariche elettriche per due giorni. Prima hanno mi hanno attaccato gli elettrodi alle ginocchia e ai glutei. Poi hanno acceso la corrente e mi hanno chiesto se avevo commesso un crimine. Ho risposto che ero un tassista e che avevo raggiunto il luogo della sparatoria su richiesta del cliente, ma loro hanno continuato a torturarmi. Quando mi hanno attaccato gli elettrodi ai genitali, sono svenuto.”

Ilya Novikov, il legale di Andrei Zakhtei, ritiene che l’FSB stia usando questi uomini per mascherare il fallimento dell’operazione antisabotaggio e la morte degli ufficiali di sicurezza. I quattro malcapitati sarebbero quindi stati spacciati per sabotatori per mettere a tacere l’opinione pubblica.

All’inizio le operazioni di ricerca del gruppo sovversivo erano intensissime in tutta la Crimea” scrive Novikov “poi più passava il tempo, più si perdevano le speranze di successo. Zakhtei, nel frattempo non era stato rilasciato, e allora cominciarono a interrogarlo. Quando fu chiaro che non sarebbero saltati fuori altri indiziati, decisero di usarlo come capro espiatorio, estorcendogli una confessione a furia di percosse.”

Il tutto è comprovato dal fatto che prima dell’accusa di sabotaggio l’FSB aveva condannato Panov e Zakhtei a 15 giorni di reclusione per molestie (erano stati arrestati il 7 agosto per aver imprecato in strada a Sinferopoli). Quindi al momento dei fatti i due si trovavano già nelle mani dell’FSB. I sevizi di sicurezza dovevano solo imbastire una storia credibile ed estorcere le confessioni per supportarla.

Senza ombra di dubbio

Il 9 novembre inizia una nuova ondata di arresti. È la volta di Alexei Bessarabov, Dmitry Shtyblikov e Vladimir Dudka. Come in precedenza l’FSB dichiara di aver messo le mani su alcuni “membri di un gruppo terrorista-sovversivo alle dipendenze dell’intelligence ucraina” i quali “avevano progettato atti di sabotaggio ai danni di siti strategici e infrastrutture civili in Crimea“. Anche in questa circostanza i tre indagati confessano con forte risonanza sui media russi.

Dudka è un ex capitano della nave da difesa Jupiter, che conduceva attività di intercettazione di comunicazioni radio. Shtyblikov aveva lavorato per i servizi segreti ucraini negli anni Novanta, e poi assieme a Bessarabov, presso il Nomos, un istituto che si occupa di sicurezza e relazioni internazionali. Shtyblikov era un appassionato di softair, uno sport di simulazione di tattiche militari; i telegiornali hanno mostrato anche immagini di alcune delle armi in suo possesso (semplici riproduzioni ad aria compressa).

Un paio di settimane dopo vengono arrestati altri due uomini, Alexey Stogniy e Gleb Shabliy, con l’accusa di appartenere allo stesso gruppo di Bessarabov, Dudka and Shtyblikov.  Secondo RIA Novosti, Stogniy sarebbe “un colonnello dell’HUR” e  Shabliy un “ufficiale ucraino“.

Alla fine di novembre viene arrestato, con l’accusa di altro tradimento, Leonid Parkhomenko, ex ufficiale della flotta russa del Mar nero. A quanto riferito dall’FSB, Parkhomenko avrebbe “raccolto e trasmesso informazioni riservate riguardanti le attività  della flotta del Mar Nero” per conto dei servizi segreti ucraini.

Per quanto riguarda gli altri arrestati, rimangono da chiarire quali siano e accuse a loro carico secondo il codice penale russo — a quanto pare i loro legali evitano di rilasciare dichiarazioni ad attivisti per i diritti umani e giornalisti. Degli arrestati di novembre nessuno ha dichiarato di aver subito violenze. Non sorprenderebbe comunque, viste le dinamiche simili, che anche questi ultimi avessero subito torture, considerata la sorte del gruppo fermato ad agosto.

Quanto sia realmente accaduto, e se questi “sabotatori” abbiano realmente violato la legge, resta ancora tutto da chiarire. Sul caso si tiene il più  stretto riserbo, e i legali degli imputati non rivelano dettagli. L’unica verità su cui non esiste ombra di dubbio è che, a tre anni dall’annessione della Crimea i servizi di sicurezza russi hanno violato leggi internazionali sottoponendo a tortura alcuni prigionieri in loro custodia.

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