“Twitter siamo noi”, da Wall Street a cooperativa autogestita

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Da settimane si rincorrono gli aggiornamenti sulla crisi di Twitter, ed è notizia di questi giorni che la sede italiana ha chiuso, lasciando a casa 17 persone compreso il country manager della società: il futuro è fosco anche per le sedi olandese e tedesca, nell’ambito della ristrutturazione aziendale in corso.
Da settimane si rincorrono anche le notizie sui potenziali acquirenti del social co-fondato da Jack Dorsey, nonostante il nulla di fatto dei tentativi condotti fino ad oggi da mega-corporation quali Google, Salesforce, Disney e Microsoft.

Twitter non è tuttavia solo un patrimonio finanziario, per quanto non più così redditizio secondo i parametri di Wall Street, ma anche, e per molti suoi utenti soprattutto, un patrimonio sociale capace di agire positivamente per la trasformazione della società. Ha saputo rappresentare un catalizzatore di cambiamento in fasi storiche come ad esempio la Primavera Araba o le elezioni presidenziali in Iran nel 2009, uno strumento di fact-checking e di narrazione, come brillantemente esemplificato dagli attivisti del progetto reported.ly, più in generale ha saputo alimentare forme di intelligenza collettiva orientate alla condivisione civica.

In quest’ottica, constatando dunque che il valore di Twitter è generato dai suoi stessi utenti, lo scorso settembre è partita una campagna online per la trasformazione dell’azienda in una cooperativa secondo il modello dell’azionariato diffuso, sull’onda di alcune riflessioni pubblicate a fine settembre sul Guardian dal giornalista e ricercatore Nathan Schneider.

La petizione (diffusa attraverso gli hashtag #WeAreTwitter e #BuyTwitter) si accompagna allo sviluppo di un movimento globale per la promozione di piattaforme cooperative (platform cooperativism), nell’ambito di una spinta verso un’Internet condivisa e partecipativa, esempio di un modello economico alternativo e sostenibile e di sharing economy autentica.

Per l’acquisto di Twitter servirebbe una mobilitazione eccezionale, teoricamente possibile riuscendo a coinvolgere i suoi 300 milioni di utenti o anche solo una fascia di essi fortemente convinta ad investire nella sua trasformazione in cooperativa, anche in un’ottica di investimento.

Comunque vada, resta assolutamente condivisibile l’utopia che alimenta la proposta, alla ricerca di un social che non tenda a governare la comunicazione dall’alto attraverso l’applicazione di filtri e algoritmi di selezione, il cui sviluppo non sia guidato principalmente da modelli di business, ma a favore di uno strumento che spinga nella direzione della conoscenza come bene comune e al servizio dei cittadini.

Qui per ulteriori informazioni e per aderire alla petizione.

Davide Galati

Dedicatosi in passato all’economia internazionale, coltiva la sua apertura al mondo attraverso i social media. Editor della testata nonché presidente dell’omonima A.P.S.

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