Due referendum dall’esito imprevisto. Ma la partita è aperta

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Due referendum, il 2 ottobre 2016 – quello sui migranti in Ungheria e quello sull’intesa per mettere finalmente fine alla guerra tra Bogotà e le Farc, in Colombia – si sono incrociati dando entrambe risultati inaspettati: la “guerra ungherese contro i migranti” è andata a sbattere contro il mancato raggiungimento del quorum del 50% degli aventi diritto al voto, e così anche in Colombia ha pesato l’alto tasso di astensionismo (pari a circa il 60%), che ha visto prevalere il no al quesito “Sostieni l’accordo finale per terminare il conflitto e per la costruzione di una pace stabile e permanente?“.

Due esiti elettorali inattesi, risultati che hanno creato incredulità in molti osservatori internazionali che, da una parte, si aspettavano la conferma della pace, dopo la firma dell’accordo a Cartagena de las Indias fra Santos e il leader delle Farc Rodrigo Timochenko; dall’altra, attendevano la conferma di quanto caldeggiato dal primo ministro Viktor Orbán, e cioè il rifiuto in massa alle “quote” previste dall’UE per gli Stati membri.

Diversa la geografia del voto in Colombia (dove il conflitto ha colpito di più hanno prevalso i sì, viceversa nelle città si sono imposti i no): probabilmente, in questo caso, l’ago della bilancia si è spostato sul no per la rabbia e il risentimento di molti colombiani sequestrati o costretti dalle Farc ad abbandonare la propria casa durante la guerra civile.

In Ungheria sull’astensionismo ha senza dubbio inciso la campagna anti-referendum dei partiti di opposizione di centro-sinistra, che hanno apertamente suggerito agli elettori di boicottare il referendum non esprimendo la loro preferenza.

Tuttavia, nonostante gli esiti elettorali in controtendenza rispetto a sondaggi e attese, i protagonisti del referendum, in entrambe i casi, una volta incassata la sconfitta, hanno ripreso in mano le redini della situazione: “Le Forze armate rivoluzionarie della Colombia – ha commentato Timochenko – mantengono la propria volontà di pace e ribadiscono di essere disponibili a usare solo la parola come arma di costruzione del futuro”.

E Santos ha dichiarato: “Il cessate il fuoco è bilaterale e definitivo, non mi arrenderò e cercherò la pace fino all’ultimo giorno del mio mandato”.

Anche Viktor Orbán, che aveva proposto di trasferire tutti i migranti illegali in territorio extra-Ue, non rinuncia ai suoi obiettivi.

Gli elettori ungheresi erano stati chiamati a rispondere alla domanda “Volete che l’Unione Europea decreti una rilocalizzazione obbligatoria dei cittadini non ungheresi in Ungheria senza l’approvazione del parlamento ungherese?”: un quesito che, nella mente del premier, rappresentava uno strumento “contro i tecnocrati Ue“.

Fallito il referendum, il premier ha rilanciato: come riportato dall’ANSA, in aula a Budapest, ha annunciato “un’iniziativa di modifica della costituzione ‘nello spirito del referendum’ per imporre un divieto di accoglienza di cittadini stranieri in Ungheria senza l’approvazione del Parlamento“.

 

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