Gran Bretagna fuori dall’UE, le conseguenze per l’Africa

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Ian Scoones pubblicato su The Conversation]

L'Africa risentirà la perdita dell'influenza dell'UE nel suo rapporto con la Gran Bretagna
L'Africa risentirà della perdita dell'influenza dell'UE nel suo rapporto con la Gran Bretagna.

Le conseguenze negative scaturite dal referendum del Regno Unito, che si è concluso con la vittoria di coloro che volevano l’uscita del Paese dall’Unione Europea (UE), si stanno ancora ripercuotendo in tutto il mondo. Ma cosa significa questo per l’Africa? La decisione colpirà fondamentalmente il rapporto del continente con la Gran Bretagna con un impatto sul commercio, gli aiuti e la diplomazia. Inoltre, con la Gran Bretagna che dovrà proseguire da sola, l’influenza moderatrice dell’UE verrà persa. Infatti l’UE offre un importante impegno per l’internazionalismo, le libertà sociali, i diritti umani e lo sviluppo globale inclusivo, e il Regno Unito ha contribuito a questo posizionamento. La divisione sarà enormemente dannosa per tutte le parti.

I sostenitori della Brexit si sono impegnati per “riprendere il controllo” degli aiuti e del commercio. Tuttavia in un mondo globalizzato, il modo di pensare di questa piccola isola risuona come un’assurdità. Fortunatamente la Gran Bretagna non controlla più le ondate migratorie e non ha più nemmeno sotto il suo controllo vaste aree del mondo, come avveniva per le colonie. Tuttavia a volte la retorica suggerisce ciò che si deve – o che si dovrebbe fare. Naturalmente questo è ingenuo e arrogante, e rivela una straordinaria mancanza di conoscenza dell’economia politica globale contemporanea.

I media ufficiali cinesi, sconcertati da questa follia, hanno reso davvero bene la situazione: gli Inglesi stanno “mostrando un modo di pensare perdente” e diventando “cittadini di una nazione che preferisce isolarsi dal mondo esterno“.

Aiuti, commercio e diplomazia
Il Regno Unito è un importante partner commerciale del continente africano e insieme all’Europa si occupa di controllare gran parte del continente stesso. Recentemente, per esempio, è stato siglato l’Accordo di Partenariato Economico-UE con la Comunità di Sviluppo dell’Africa Australe, che consente ad alcuni Paesi il libero accesso al commercio in Europa. Ora, questo e altri accordi di tale natura dovranno essere rinegoziati bilateralmente con ciascuno degli altri 162 membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Si tratterà di un riadattamento lento e costoso, che creerà molta incertezza.

Poi ci sono gli aiuti. Il Regno Unito è stato un importante contribuente del programma di aiuti UE, al quale ha versato 2 miliardi di euro, compreso il 14,8% del Fondo di Sviluppo Europeo. Sebbene sarei il primo ad ammettere che non tutti questi aiuti siano stati efficaci o efficienti, questo ha permesso un mandato più ampio rispetto alla visione sempre più ristretta della spesa per gli aiuti del Regno Unito. E inoltre l’influenza del Regno Unito sul portafoglio finanziario è stata sempre importante.

Ma forse più importante dei flussi di denaro è l’influenza che ha il Regno Unito nell’ambito dei dibattiti europei sullo sviluppo. Sia attraverso il Governo, le ONG, i centri o gli istituti di ricerca, il Regno Unito ha sempre preso parte alla discussione in materia, ad esempio, sull’impatto dei sussidi agricoli nazionali dell’UE sull’agricoltura africana oppure sull’importanza della cancellazione del debito nei Paesi più poveri. Questo si è rivelato particolarmente vero a partire dalla costituzione del Dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito nel 1997, dall’accordo di vertice del G8 a Gleneagles nel 2005  e da un impegno – in modo sorprendente tra i Governi di diverse correnti politiche – verso un programma di aiuti graduale, indirizzato in modo particolare all’Africa. Ora a livello globale questo ruolo all’interno dell’Europa verrà in gran parte perso.
Un passo indietro verso l’internazionalismo
Il diplomatico “potere morbido” del Regno Unito è stato spesso esercitato, la maggior parte delle volte con successo, in seno all’UE come parte di un impegno comune mirato al cambiamento – sia per questioni di conflitto che di migrazione o di sviluppo. Questo ha permesso di avere una voce comune e una posizione più equilibrata. Per fare un esempio, è senza dubbio il caso dello Zimbabwe. Con la serie di fallimenti della diplomazia del Regno Unito che hanno avuto luogo fino a poco tempo fa, l’UE ha fornito un ponte utile e un approccio più efficace per l’impegno nel Paese. Il tutto attraverso una serie di ambasciatori europei che non possedevano eredità coloniali del Ministero degli Affari Esteri e del Commonwealth del Regno Unito. Il risultato di Brexit creerà una grave mancanza, e non solo nello Zimbabwe.

Gli elettori del Regno Unito che hanno spinto per la Brexit erano preoccupati per i posti di lavoro, i mezzi di sostentamento e l’immigrazione. Coloro che guideranno il Paese in seguito al risultato di questo Referendum, non avranno alcuna di queste preoccupazioni al centro del loro programma politico. Piuttosto, hanno una visione  che spinge al libero scambio e all’ulteriore liberalizzazione economica, processi che indeboliranno ulteriormente i poveri e gli emarginati che hanno votato per lasciare l’Europa. Questa è la tragica contraddizione del risultato “democratico” che porterà ad ulteriori conflitti in futuro.

Tuttavia un impegno continuo tra più partiti verso l’internazionalismo, le libertà social-democratiche, i diritti umani e lo sviluppo globale inclusivo, così come sono espressi nell’agenda 2030 degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, potrebbe non sopravvivere a questo cambiamento di rotta nel Regno Unito. Gli slogan, i poster razzisti e il gretto nazionalismo che hanno dominato la campagna rivelano il lato più brutto della politica britannica (forse inglese), che è stato mostrato in maniera ancora più orribile con l’omicidio politico della deputata laburista Jo Cox – appassionata attivista con idee progressiste in materia di giustizia sociale e sviluppo.
Pregiudizi politici
I pregiudizi politici che ora sono manifesti nel Regno Unito in seguito alle dimissioni del Primo Ministro David Cameron sono ciò che importano davvero. Non solo nel Regno Unito, ma anche in Africa. Tutti dovrebbero essere molto preoccupati per l’imminente cambiamento della leadership. Non conosciamo ancora nemmeno i candidati, ma l’opportunista politico Boris Johnson è in testa alla corsa.

L’atteggiamento di Johnson nei confronti dell’Africa può essere solo definito come arretrato e coloniale e il suo insulto al presidente americano Barack Obama ne è stato rivelatore. I racconti della sua vacanza in Tanzania, che sembrano provenire da un esploratore coloniale del 19° secolo, presentano l’Africa come un’ultima riserva naturale, minacciata dalle popolazioni africane in costante crescita. I suoi sproloqui sullo Zimbabwe rivelano una conoscenza superficiale della Storia e della politica e, come lo ha descritto un cronista, una “mentalità imperialista inglese odiosa e prepotente“. I suoi pregiudizi politici sono chiari e questa non è una buona notizia.

Il caos nei mercati globali provocato da questo folle populismo impiegherà del tempo per stabilizzarsi e colpirà i più poveri piuttosto che i ricchi. Inoltre l’aspetto sgradevole della politica britannica, che rifiuta un internazionalismo progressista, comprometterà la posizione del Regno Unito nel mondo.

A causa della Brexit saremo tutti più poveri, anche in Africa.

Luciana Buttini

Frequenta l’Istituto Superiore per Mediatori Linguistici ad Ancona. Ama le lingue e in particolare l’interpretariato e la traduzione, professione che spera di avviare dopo la laurea.

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