India, nazionalismo e discriminazione di casta nelle Università

[Traduzione a cura di Luciana Buttini, dall’articolo originale di Dag Erik Berg pubblicato su openDemocracy]


Un raduno di solidarietà per la morte di Rohith Vemula nel Kerala, 7 marzo 2016, immagine ripresa da Wikicommons/ Zuhairali. Alcuni diritti riservati.
Un raduno di solidarietà per la morte dello studente Rohith Vemula a Kerala, 7 marzo 2016, immagine ripresa da Wikicommons/ Zuhairali. Alcuni diritti riservati.

Nel 2016 la politica indiana è stata caratterizzata da un aumento delle proteste studentesche e le principali Università del Paese sono diventate terreno di scontro politico. Il partito nazionalista al potere ha permesso agli attivisti indù di acquisire il controllo dei movimenti politici studenteschi. E l’etichetta ‘anti-nazionale’ è stata usata per frenare gli studenti più preparati politicamente che hanno cercato di confrontarsi pubblicamente sulle questioni sensibili per l’attuale governo di Delhi.

In modo particolarmente allarmante, i recenti episodi di violenza da parte della polizia e l’arresto degli studenti e degli insegnanti all’Università Centrale di Hyderabad, nel Sud dell’India, hanno intensificato la politica di esclusione che opprime i dalit (chiamati anche ‘fuori casta‘) e altre minoranze etniche. I post e i video apparsi sui social network hanno mostrato come le aule generalmente caratterizzate da sobrie attività accademiche sono ora teatro di violenza e disordini. Secondo le indagini condotte sinora, questi violenti sviluppi sembrano essere il risultato di un’azione coordinata tra gli studenti nazionalisti indiani, membri di polizia e amministratori universitari di alto rango.

Nel Paese con la più grande democrazia del mondo, questo impone una sfida critica più ampia agli istituti di istruzione superiore. Com’è possibile che il potere del nazionalismo induista possa intensificare la politica di esclusione delle caste in questo modo, trasformando un campus universitario in qualcosa di simile a una zona di guerra?

Il caso di violenza avvenuto all’Università di Hyderabad lo scorso 22 marzo è un esempio di abuso del potere locale. Dopo il suicidio dello studente dottorando dalit Rohith Vemula, lo scorso 17 gennaio, il vice rettore Appa Rao Podile è stato sospeso dal lavoro. Ha subìto accuse di essere stato in parte responsabile dei traumi che hanno portato lo studente al suicidio, tra cui la sospensione della sua borsa di studio mensile. Rohith Vemula era un leader dell’Ambedkar Student Association (ASA), un collettivo universitario di sinistra che lotta per l’uguaglianza sociale dei giovani studenti indiani. Lui e altri quattro membri dell’ASA avevano espresso critiche al gruppo studentesco nazionalista indiano al fine di fermare le loro manifestazioni. Ulteriori problemi sono emersi quando lo scorso luglio Vemula ha contestato la pena di morte in un momento in cui il governo indiano presiedeva l’esecuzione di Yakub Memon, accusato di essere stato l'”ideatore” dell’attentato di Mumbai.

Nella polemica politica scoppiata dopo il suicidio di Rohith Vemula è stato reso noto pubblicamente che i membri del governo centrale a Nuova Delhi avevano inviato cinque lettere per assicurarsi che l’Università Centrale di Hyderabad avesse sospeso i cinque studenti dalit.

A causa della discriminazione basata sulle caste, vari studenti dalit si sono tolti la vita negli istituti di istruzione superiore in tutta l’India, ma il caso di Rohith Vemula ha sconvolto il Paese come mai prima d’ora. Il suicidio di Rohith Vemula ha raccontato la tragica storia di uno studente proveniente da un ambiente molto povero che ha deciso di togliersi la vita dopo aver sopportato pesanti problemi finanziari e politici all’interno dell’Università. L’episodio ha tuttavia anche rivelato un collegamento diretto tra il governo centrale e la sua sospensione dall’Università, portando a un dibattito politico cui raramente abbiamo assistito.

I leader dell’opposizione hanno condannato pubblicamente il trattamento riservato a Rohith Vemula e l’interferenza politica all’Università di Hyderabad. Alla fine, il ministro dell’Istruzione ha dovuto affrontare il caso all’interno del Parlamento indiano lo scorso 25 febbraio. È importante notare come il suicidio di uno studente sia diventato un argomento scottante a tale livello politico e, tuttavia, si è da allora intensificata la politica di esclusione, con i nazionalisti indiani al potere determinati a cooperare con gli uomini di potere locali e gli studenti di destra.

Il violento scontro del 22 marzo scorso all’Università di Hyderabad sembra essere parte di un’azione coordinata e continua per affermare il predominio e il potere. Alcuni studenti hanno dato vita a manifestazioni quando il controverso vice rettore è ritornato improvvisamente al lavoro, dovendo poi affrontare un violento giro di vite da parte della polizia e degli attivisti di destra. Nel corso di quella giornata, venticinque studenti sono stati prelevati dal grande campus e mandati in prigione insieme a due insegnanti. Finché il campus era pieno di personale di polizia, le infrastrutture di base e i servizi come elettricità, cibo, Internet e gli sportelli bancomat sono stati chiusi ed è stato impedito l’accesso al campus alla stampa e alle consegne di cibo. Per un po’ è stata come una fortezza chiusa.

Sia gli studenti dalit che quelli musulmani sono stati presi di mira dalla polizia. Questo caso, tuttavia, rispetto ad altre controversie sulla politica studentesca avvenute in tutta l’India negli ultimi due mesi, ha incontrato una certa indifferenza da parte della stampa e della classe politica. Lo scorso 29 marzo gli studenti e gli insegnanti sono stati rilasciati a patto di presentarsi regolarmente in commissariato, come se rimanessero indagati.

Il ritorno a un ambiente di lavoro sereno rappresenta una sfida alla luce di queste eccezionali tensioni e interferenze esterne nell’ambito della vita universitaria e governativa. Più in generale, oggi in India quest’arresto ha sollevato nuove questioni circa il pregiudizio, la libertà di parola e l’esclusione basata sulle caste all’interno degli istituti educativi.

Il nazionalismo induista ha una lunga storia, ma negli ultimi due mesi si è assistito a una campagna incessante per ottenere il controllo degli istituti di istruzione superiore. Lo spazio per il dissenso nella più grande democrazia del mondo si è ridotto notevolmente, con l’etichetta “anti-nazionale” utilizzata regolarmente per condannare le proteste studentesche. Ciò è quanto avvenuto anche all’Università di Jawaharlal Nehru a Nuova Delhi, nonostante il suo ranking accademico superiore e il solido attivismo dei suoi studenti, dopo che i leader studenteschi di sinistra avevano espresso critiche nei confronti delle politiche indiane nel Kashmir. L’evento del 22 marzo all’Università di Hyderabad presenta tuttavia un ulteriore elemento di discriminazione basato sulle caste che si collega alla storia regionale del nuovo Stato meridionale del Telangana che prima faceva parte dell’Andhra Pradesh.

Questa parte dell’India ha una storia fatta di violenti massacri commessi dalle caste terriere tradizionalmente dominanti, tra cui le uccisioni di sei dalit nel villaggio di Karamchedu nel 1985 e di altri nove dalit nel villaggio di Chunduru nel 1991 da parte delle caste localmente dominanti. Molti di questi massacri sono stati eseguiti per “dare una lezione ai dalitin modo che non osassero opporsi ai proprietari terrieri locali.

La storia degli atti di violenza nei confronti delle caste nell’allora Andhra Pradesh ha fornito le basi per gli attivisti che si sono recati dall’Andhra Pradesh al Sudafrica per partecipare alla Conferenza Mondiale contro il razzismo nel 2001. Questi attivisti si sono impegnati perché la discriminazione basata sulle caste fosse riconosciuta a livello internazionale come parte del problema del razzismo, dell’intolleranza e della legge in materia di diritti umani. Invece, il governo indiano ha rifiutato qualsiasi confronto di casta e di razza nel diritto internazionale in materia di diritti umani al fine di evitare qualsiasi controllo esterno della discriminazione di casta in India.

I villaggi e i proprietari terrieri distano parecchio dall’importante Università in cui studenti e insegnanti si dedicano alla lettura, all’insegnamento, alla scrittura e ai continui dibattiti. Tuttavia, la violenta oppressione di queste proteste studentesche ha ricordato nuovamente in maniera brutale ai dalit la convenienza di rimanere in silenzio o, al contrario, le conseguenze inflitte dai detentori del potere locale. La trasformazione di uno spazio universitario in uno spazio di disordine politico segna inoltre un deterioramento significativo della democrazia indiana.

Il fatto che la politica prenda di mira gli istituti di istruzione superiore è diventato un segno caratteristico del nazionalismo induista, ma con una così forte applicazione del controllo politico su un campus è stato raggiunto un nuovo stadio. Come si salveranno ora la democrazia indiana e il principio della legalità alla luce delle crescenti rivalità?

Luciana Buttini

Frequenta l’Istituto Superiore per Mediatori Linguistici ad Ancona. Ama le lingue e in particolare l’interpretariato e la traduzione, professione che spera di avviare dopo la laurea.

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