Malaria, la roulette russa dei medicinali contraffatti

È la malattia che in Africa uccide di più, è la più frequente e la più diffusa. Ed è anche quella che ha scatenato la più massiccia produzione mondiale di medicinali contraffatti. Parliamo della malaria e – sul piano parallelo – di un mercato che, a livello generale, vale 400 miliardi di euro. Nel 2003 la stima era pari a 32 miliardi di dollari. 200 miliardi nel 2010.

Solo nell’Africa sub-sahariana si calcola l’89% di casi di malaria ogni anno e il 91% dei decessi. In termini numerici si tratta di 207 milioni di casi di malaria all’anno e di 627mila morti. Quanti di questi hanno preso medicine contraffatte? Secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità 100.000 persone ogni anno muoiono per aver usato fake drugs. Ma International Policy Network, think tank britannico, un paio di anni fa ha pubblicato i risultati di una ricerca secondo la quale 700.000 persone all’anno perdono la vita a causa di medicinali falsi.

Basta della farina, un po’ di gesso, poche attrezzature per le confezioni e le etichette, una buona dose di mancanza di scrupoli, una buona rete di “spacciatori” e di funzionari governativi pronti ad accettare mazzette e il gioco è fatto. La roulette russa comincia. Se tutto va bene il finto medicinale non farà né bene né male (ma nel caso di malaria la malattia non curata peggiora e porta alla morte), se va male…

I medicinali in Africa – nella stragrande maggioranza dei casi – si pagano e spesso chi non ha soldi a sufficienza anziché acquistarli nei dispensari degli ospedali preferisce i mercati locali. Con tutti i rischi che ne possono derivare. Un terzo dei medicinali venduti in Africa per curare la malaria sono falsi e i prodotti falsificati arrivano dalla Cina e dall’India. Ammalarsi di malaria non vuol dire “solo” rischiare la vita, vuol dire perdere giorni di scuola, di lavoro, lasciare i figli senza cibo e senza cure. Si calcola che a causa della malaria una perdita di 12 miliardi annui incida sulla produttività del continente. Un disagio sociale troppo trascurato dai commentatori di un’Africa al palo, sottosviluppata e sempre indietro.

La contraffazione dei medicinali è stata definita da qualcuno “un crimine contro l’umanità” che prevede pene davvero minime per chi lo compie, a volte semplicemente il pagamento di una cauzione.

La difficoltà di scoprire i criminali ha messo in atto in questi anni una serie di misure che tendono alla prevenzione. Una sorta di autodifesa che si avvale della tecnologia. La più nota è quella adottata dall’azienda americana Sproxil e consiste in un’etichetta sul pacchetto del medicinale, una volta grattata via compare un pin da inviare ad un numero telefonico, un sms segnalerà se il medicinale è originale o contraffatto. Pare che il sistema abbia ottenuto un grande successo soprattutto in Nigeria, considerato la più massiccia fonte di medicine contraffatte provenienti da Cina e India (70%). Venti milioni di verifiche è quanto finora prodotto dal sistema di sorveglianza di Sproxil.

Anche le app vengono in aiuto nella caccia al prodotto pericoloso. mPedigree è stata sviluppata in Ghana e, nel 2011, ha vinto il Netexplorateur Grand Prix dell’Unesco.

Ma la creatività e la tecnologia non bastano. Chi in Africa assume, senza saperlo, medicinali contraffatti, non è il tipo di persona che conosce Sproxil o che fa uso di applicazioni, di cui non sa nulla. Si tratta di persone che a malapena si permettono il medicinale quando proprio la loro condizione di salute degenera. Perché per molti curarsi è molto più che un lusso. Cosa ancora più incredibile (e sottovalutata) è che le medicine killer non vengono vendute solo nei mercati locali, ma anche nelle farmacie e persino negli ospedali.

Medicine distribuite in un ospedale ghanese. Foto di Antonella Sinopoli

In Nigeria, Ghana, Uganda e nella maggior parte degli ospedali o centri medici dell’Africa sub-sahariana pillole e quant’altro viene venduto in blister o in bustine trasparenti, senza scatola e, soprattutto, in modo anonimo. Sui blister, infatti, non è riportato il nome del medicinale e, semplicemente, il medico o chi per lui, scrive la posologia sulla busta nella quale vengono consegnate le medicine. I pazienti dunque il più delle volte sono completamente all’oscuro di quello che stanno assumendo. E in questo non c’è differenza tra il fidarsi di un fetish doctor tradizionale o di un medico con il camice.

Queste persone possono dunque contare unicamente su operazioni di prevenzione, monitoraggio e lotta al crimine.

La Dutch Malaria Foundation, charity che sviluppa e testa modi innovativi per combattere la malattia ha scelto altre metodologie, come il lancio del progetto Fake malaria drugs e la petizione rivolta ai governi di India e Cina affinché fermino alla radice la realizzazione e diffusione di medicine killer. Fake drugs kill, è il sito del progetto contenente non solo la petizione le cui firme saranno presentate a India e Cina, ma una serie di video e schermate che introducono e spiegano  il problema.

Una domanda resta: perché una malattia che si è cominciata a curare dal 1600 non è stata ancora eradicata? La risposta, anzi tre ragioni perché la malaria ancora uccide, prova a darle Sonia Shah, giornalista scientifica americana, in questo video.

Antonella Sinopoli

Giornalista professionista e blogger su Ghanaway. Si interessa e scrive di Africa, diritti umani, questioni sociali. Ha viaggiato molto prima di fermarsi in Ghana e decidere di ripartire da lì. Ma continua ad esplorare, in uno stato di celata, perenne inquietudine. Poiché il mondo è troppo grande per una vita sola, ha scelto di viverne tante. Direttore responsabile di Voci Globali.