La Turchia colpisce l’ISIS ma il vero obiettivo restano i curdi

[Traduzione a cura di Davide Galati dall’articolo originale di Kamran Matin pubblicato su openDemocracy]

Checkpoint ad Afrin durante la ribellione nel Kurdistan siriano, 2012. Wikiommons/ScottBobb su licenza CC.
Checkpoint ad Afrin durante la ribellione nel Kurdistan siriano, 2012. Wikiommons/ScottBobb su licenza CC.

‘La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, affermava Clausewitz. In nessun altro luogo questa massima è altrettanto evidente che in Turchia nell’attuale fase di duplice offensiva contro l’ISIS da un lato e il Partito Curdo dei Lavoratori (PKK) dall’altro.

Perché, piuttosto che un’inversione a U politica, com’è stata in generale descritta sui giornali, quest’offensiva rappresenta sostanzialmente una nuova fase tattica del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) per districarsi, nella sua vasta strategia di radicamento nazionale ed egemonia regionale, da un impasse strutturale che vede al suo centro i progressi della rivoluzione curda in Turchia e Siria.

L’AKP e la restaurazione neo-ottomana

L’AKP è salito al potere nel 2002, soppiantando la classe dirigente kemalista in crisi attraverso una piattaforma di conservatorismo sociale, lotta alla corruzione governativa e neoliberismo economico. Ben presto è riuscito a frenare le interferenze dei militari nella politica e, ancora più importante, a generare una crescita economica sostenuta che ha portato a un consolidamento della propria maggioranza parlamentare alle successive elezioni.

Incoraggiato da questi successi l’AKP ha adottato una strategia ambiziosa per porre fine al tradizionale isolamento regionale della Turchia e all’eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti, e trasformare il Paese in una forte potenza regionale e globale – un progetto grandiosamente ispirato al cosiddetto ‘neo-ottomanesimo‘. Ciò era insito nella peculiare miscela dell’AKP di transnazionalismo islamista e nazionalismo turco.

Il neo-ottomanesimo si è basato sulla collocazione centrale della Turchia nel territorio afro-eurasiatico, il soft power dell’”Islam moderato” espresso dall’AKP e la distribuzione geo-strategica della sovraccumulazione di capitale turco nella regione.

Inizialmente l’AKP ha cercato di stabilire la Turchia come via di transito principale per il gas naturale della Russia, dell’Asia centrale e dell’Iran verso l’Europa. Questo ha richiesto la risoluzione del conflitto in corso con il PKK nelle regioni del sud-est del Paese, attraverso il quale dovevano passare le vie di transito proposte.

Risolvere la questione curda avrebbe anche attratto i voti curdi, di cui l’AKP aveva bisogno nel suo confronto politico con l’opposizione kemalista e, più tardi, con il movimento sufista di Gülen, che dominava la polizia e il mondo giudiziario nei primi anni del governo dell’AKP, successivamente attaccato dall’AKP che era arrivato a vederlo come uno ‘Stato parallelo’ e un pericolo per il proprio monopolio di potere.

Nello stesso periodo il PKK aveva rivisto il suo programma separatista e auspicato una soluzione non-statale per la questione curda attraverso una forma di “confederalismo democratico”, un modello di socialismo comunitario che prevedeva eguaglianza di genere e consapevolezza ambientale, e dove la gerarchia identitaria dello Stato-nazione sarebbe stata rimpiazzata da un contratto sociale tra comunità culturali alla pari e reciprocamente riconosciute.

Questi sviluppi hanno aperto la strada per i colloqui di pace tra il governo di AKP e il PKK, che è culminato in un cessate il fuoco nel 2013.

Nello stesso periodo l’AKP ha anche stabilito una ‘partnership strategica’ con il Partito Democratico del Kurdistan di Massoud Barzani (PDK), il partito che dominava sempre più il Kurdistan iracheno.
Questa partnership ha dato alla Turchia un quasi-monopolio sul mercato iracheno del Kurdistan, in particolare nel settore delle costruzioni immobiliari e nelle infrastrutture in espansione dell’industria petrolifera. La Turchia è diventata anche il percorso di transito esclusivo per l’esportazione del petrolio del Kurdistan iracheno, sempre più considerato come linfa vitale dal governo regionale del Kurdistan – dominato dal PDK – data la sua controversia irrisolta con Baghdad sul bilancio federale.

In maniera altrettanto importante, Barzani ha anche condiviso l’obiettivo dell’AKP di contenere il PKK il cui progetto socialista-libertario era una minaccia per la sua politica autoritaria tribalista.

Primavera araba: l’occasione si trasforma in una minaccia

E poi è arrivata la primavera araba.

Armato del suo ‘neoliberismo dal volto islamico’ e di una simbolica posizione anti-israeliana, l’AKP ha creduto di poter utilizzare le onde sismiche dei cambiamenti politici nella regione come una corsia preferenziale per confermare la sua egemonia regionale.

Ma i successi iniziali degli islamisti dell’AKP sono stati di breve durata. Morsi è stato estromesso in Egitto, gli islamisti hanno perso il potere in Tunisia e la Libia è affondata nella guerra civile.

Per la necessità di affrontare il problema della Siria, l’AKP ha invertito completamente la sua precedente politica di “zero problemi con i vicini” e ha adottato un impegno strategico per il rovesciamento di Bashar Assad.

Così, l’AKP ha trasformato la Turchia nel principale canale di sostegno militare e finanziario per i gruppi di opposizione armati sunniti in Siria, tra cui l’ISIS e i jihadisti stranieri, il che ha alimentato il crescente isolamento internazionale della Turchia.

Con il prolungarsi del conflitto, tuttavia, la Turchia ha dovuto affrontare una sfida più immediata, e potenzialmente pericolosa: il crescente potere dei Curdi siriani che hanno stretti legami politici e ideologici con il PKK. Guidati dal Partito dell’Unione Democratica (PYD), i Curdi siriani hanno istituito tre cantoni autonomi e forze di autodifesa note come YPG e YPJ, che sono rapidamente emerse come la forza anti-ISIS più efficace in Siria.

L’ascesa dei Curdi siriani ha ridotto l’influenza della Turchia in Siria, indebolito la posizione dell’AKP nei confronti del PKK e posto una sfida all’influenza del PDK di Barzani sia in Siria che in Iraq, dove le forze pro-PKK hanno giocato un ruolo chiave nella campagna contro l’ISIS.

Di conseguenza la politica turca si è puntualmente spostata verso il contenimento dei Curdi siriani attraverso una politica di ‘neutralità attiva’ verso l’ISIS. Questa stance ha raggiunto il culmine durante l’assedio di Kobane, quando la Turchia ha ostacolato i rinforzi diretti alla città mentre il leader dell’AKP Recep Tayyip Erdoğan dichiarava allegramente ‘Kobane cadrà’.

HDP, il colpo di grazia per l’AKP

In mezzo a tutto questo caos, la fondamentale mossa di politica interna dell’AKP per il proprio radicamento costituzionale attraverso la creazione di un sistema presidenziale con ampi poteri per la presidenza è stata bruscamente stoppata alle elezioni del giugno 2015, con la perdita da parte dell’AKP della sua maggioranza parlamentare.

La sconfitta elettorale dell’AKP è stata in gran parte motivata dall’inaspettato successo del Partito Democratico del Popolo (HDP), formazione guidata dai curdi ma costituita a livello nazionale.

L’HDP ha offerto un manifesto elettorale pluralista e inclusivo, in cui le richieste curde per i diritti culturali e politici sono state inserite in un programma più ampio per la democrazia radicale e il rafforzamento dei diritti delle donne e dei gruppi sociali più deboli. Ciò ha accresciuto la capacità di attrazione dell’HDP a livello nazionale andando oltre il suo cuore curdo e avvicinando molti elettori turchi di sinistra o liberali di sinistra.

Un altro fattore è stata la scossa di assestamento seguita alla Primavera Araba, ovvero la nascita del movimento di protesta Gezi Park nel 2013. Il movimento ha unito le forze democratiche che si oppongono al crescente autoritarismo dell’AKP e al neoliberismo aggressivo. La brutalità della polizia ha dato ai manifestanti turchi un piccolo assaggio di ciò che i curdi stavano sopportando da decenni, aprendo la strada per una maggiore comprensione e una cooperazione più stretta tra le sezioni dell’opposizione laica e di sinistra turca e i Curdi, fenomeno che ha premiato la campagna elettorale dell’HDP.

Alle elezioni l’HDP ha ottenuto più del 13% dei voti nonostante una sostenuta campagna di provocazioni, intimidazioni e oppressione da parte del governo.

Sangue in cambio di voti

Allo stesso tempo, i Curdi siriani hanno ottenuto vittorie importanti sull’ISIS. Lo spartiacque è stata la liberazione della città di frontiera di Tal Abyaz, che ha privato l’ISIS del suo percorso logistico chiave verso la Turchia. I Curdi erano quindi pronti ad avanzare ulteriormente verso ovest e a incorporare il loro terzo cantone isolato di Afrin, vicino ad Aleppo, ai cantoni collegati tra loro di Kobane e Jezira nel nord-est.

Un’operazione di questo tipo consentirebbe di creare un semi-Stato curdo geograficamente contiguo che si estenderebbe dal confine del Kurdistan iracheno con la Turchia e l’Iran, dove il PKK ha le sue basi, fino al Mediterraneo; mettendo con ciò in serio pericolo le ambizioni della Turchia in Siria e nell’intera regione.

Potrebbe anche consentire di allontanare il Kurdistan iracheno dall’orbita geopolitica turca offrendo un percorso alternativo per l’esportazione del suo petrolio, e di indebolire il principale partner curdo dell’AKP ovvero il PDK di Barzani.

La conclusione positiva dei colloqui sul nucleare tra l’Iran e l’Occidente hanno ulteriormente aggravato l’isolamento regionale della Turchia contribuendo a diminuire ancora di più il suo ruolo nella regione.
E’ in questo complesso contesto di sviluppi interni, regionali e internazionali intrecciati tra loro che l’AKP ha lanciato i suoi attacchi contemporanei all’ISIS e al PKK, con quest’ultimo a rappresentare evidentemente l’obiettivo principale. In tal modo l’AKP si pone quattro obiettivi principali.

In primo luogo, l’AKP cerca di vincere in modo decisivo le prossime elezioni, che verranno anticipate probabilmente nel mese di novembre, attirando gli elettori ultra-nazionalisti turchi attraverso la proiezione di una forte immagine anti-curda.

In secondo luogo, spera di controllare direttamente la crescita del potere curdo in Siria aderendo formalmente alla coalizione anti-ISIS a guida USA, visto che la scommessa sull’ISIS in chiave di contenimento dei curdi non è riuscita.

In terzo luogo, entrando nella mischia siriana, la Turchia intende anche ripristinare migliori relazioni con gli Stati Uniti che, in cambio dell’accesso alle basi aeree turche avrebbe aderito alla richiesta turca per la creazione di una ‘zona di sicurezza’ lungo i lati del confine turco-siriano, che la Turchia spera possa diventare un ostacolo all’ulteriore avanzata dei curdi.

E, infine, la campagna di bombardamenti contro il PKK nel Kurdistan iracheno ha anche lo scopo di sostenere l’alleato chiave dell’AKP in quell’area ovvero Massoud Barzani, che è attualmente alla ricerca di un terzo mandato incostituzionale in carica come presidente della regione. Una campagna di bombardamento turco all’interno del Kurdistan iracheno rafforzerebbe la sua posizione convincendo i cittadini e le principali forze politiche che, dati i suoi legami con l’AKP, Barzani è il leader che meglio può gestire la relazione con i Turchi in questo insieme di circostanze instabili.

E ora?

E’ improbabile che la propaganda anti-curda, contro la sinistra nonché macho-sciovinista condotta dall’AKP riesca a riattrarre i curdi conservatori, la cui disillusione nei confronti dell’AKP dopo Kobane è stata rafforzata dalla campagna di bombardamenti sul Kurdistan. Anche nei confronti degli elettori nazionalisti turchi, il sanguinoso stratagemma dell’AKP difficilmente li convincerà ad allontanarsi dai loro partiti tradizionali. Quindi, a meno che il governo di transizione dell’AKP faccia chiudere l’HDP, che il leader HDP Selahattin Demirtaş sostiene essere all’ordine del giorno dell’AKP, le elezioni anticipate potrebbero non produrre alcuno dei risultati desiderati dall’AKP. Ma alla chiusura dell’HDP si sta già opponendo il principale partito d’opposizione, il Partito Repubblicano del Popolo (CHP).

Inoltre, l’attuale distinzione richiesta dagli USA tra il PKK e i curdi siriani, che stanno ricevendo dalla coalizione sostegno aereo contro ISIS, e la ‘zona franca dall’ISIS’ proposta potrebbe infatti aiutare il tentativo dei Curdi siriani a raggiungere il loro cantone attualmente isolato di Afrin. Questa possibilità viene consolidata dalla forte riluttanza degli Stati Uniti e della Turchia verso il dispiegamento di truppe di terra all’interno della Siria, e dal fatto che i curdi siriani hanno stabilito rapporti cordiali con varie forze di opposizione arabe come ad esempio Burkan al-Furat.

Oltre a questo, come dimostra l’esperienza degli ultimi 30 anni, il PKK non può essere eliminato per via militare. E nessuno Stato è mai riuscito a esercitare un controllo diretto oltre le montagne Qandil che hanno rappresentato la roccaforte del PKK per gli ultimi vent’anni circa.

Infine, è molto improbabile che i Curdi attenuino la lotta contro ISIS, che per loro rappresenta una minaccia esistenziale. Ma la gran parte dei Curdi, se non tutti i partiti politici curdi, considereranno certamente il sostegno degli Stati Uniti ai bombardamenti turchi contro il PKK come l’ennesima dimostrazione della slealtà degli Stati Uniti.

Di conseguenza, tutto sommato, la guerra attiva dell’AKP contro il PKK e la guerra passiva contro i Curdi siriani comporta rischi elevati, e potrebbe facilmente ritorcersi contro chi l’ha promossa segnando la fine del proprio potere politico a livello nazionale e compromettendo al contempo la capacità della Turchia di esercitare la propria influenza in Siria.

Clausewitz osservava anche che “la Guerra è molto semplice, ma nella Guerra le cose più semplici diventano molto difficili“.

Davide Galati

Dedicatosi in passato all’economia internazionale, coltiva la sua apertura al mondo attraverso i social media. Editor della testata nonché presidente dell’omonima A.P.S.

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