Terremoto in Nepal: disastro naturale, innaturale sofferenza

[Traduzione a cura di Luciana Buttinidall’articolo originale a firma di Feyzi Ismail, pubblicato su Opendemocracy]

Squadre di recupero al lavoro tra le macerie, 17 aprile 2015. Demotix/Thomas Kelly. Tutti i diritti riservati.
Squadre di recupero al lavoro tra le macerie, 17 aprile 2015. Demotix/Thomas Kelly. Tutti i diritti riservati.

Sono trascorse alcune di settimane da quando il terremoto di magnitudo 7.8 e le altre scosse di assestamento che continuano a far tremare la terra hanno distrutto il Nepal. Il bilancio delle vittime ha ormai superato quota 6.600 e sicuramente si avvicinerà ai 10.000 o di più, mentre dalle zone rurali le notizie arrivano molto faticosamente. Più di 14.000 persone sono rimaste ferite e anche questo dato è destinato a crescere. Questo terremoto ha causato una catastrofe nazionale lasciando spazio solo alla straziante distruzione e a indicibili sofferenze.

Tuttavia, mentre da decenni ci si aspettava un disastro naturale, le conseguenze di questa tragedia non hanno nulla a che vedere con tutto ciò. La capacità del governo e delle organizzazioni internazionali di reagire a questa situazione deve essere analizzata nel contesto storico del Nepal, da sempre caratterizzato da sottosviluppo, povertà e disuguaglianze. Sia nelle zone rurali che a Kathmandu è infatti sempre il più povero a soffrire maggiormente la situazione, che non si è rivelata diversa nella tragedia del terremoto.

In realtà è proprio la condizione di miseria nera in cui si trovano molti Nepalesi che sta trasformando le conseguenze del terremoto in una tragedia di proporzioni immense. Il Nepal è tra i paesi più poveri del mondo e il suo indice di sviluppo umano si classifica al 145° posto su 187 Paesi. I livelli di disuguaglianza sono in aumento e appaiono insostenibili, e rimane dilagante anche la discriminazione nei confronti delle minoranze etniche e dei gruppi indigeni.

Nelle aree urbane molte abitazioni sono costruite male, sono sovraffollate e anche nei migliori dei casi l’accesso alla rete idrica risulta difficile. La mancanza di elettricità – conosciuta come la ripartizione del carico – è un problema sempre presente, in particolare per le persone più povere che non possono permettersi fonti alternative. I distretti rurali sono caratterizzati da strutture di base minime, e spesso i poveri vivono in abitazioni improvvisate e auto-costruite. Inoltre a causa delle strade dissestate e dei trasporti pubblici inaffidabili, queste persone restano isolate dai centri abitati.

Secondo le Nazioni Unite, nel 2005 più del 90% delle abitazioni del Nepal erano costruite in modo informale e individuale e solo da poco è apparsa evidente la necessità dell’adozione di un programma massiccio di costruzione e di messa a norma delle abitazioni. Quindi non c’é da stupirsi se molti edifici moderni della città hanno resistito alle scosse, mentre nei paesi si sono verificate molte distruzioni.

Le previsioni per i prossimi giorni e settimane appaiono davvero sconfortanti. Con l’esplosione delle tubature di scarico si teme infatti il diffondersi del colera e di altre malattie infettive. Per questo motivo in molti quartieri i superstiti trovano la situazione molto difficile.

Una parte della responsabilità di questa situazione disperata è da attribuire ai Paesi occidentali. Il Nepal non è stato mai colonizzato in maniera diretta, ma per secoli è stato assoggettato alla dominazione dei poteri imperiali. Dalla metà del diciannovesimo secolo, la Gran Bretagna ha sostenuto il regime violento e repressivo della dinastia Rana che, per oltre un secolo, ha lasciato la maggior parte della popolazione in una condizione di sottosviluppo cronico. In seguito al passaggio di potere dal regime dei Rana alla monarchia, le potenze occidentali hanno appoggiato il regime monarchico, conosciuto meglio come panchayat. In questo modo i partiti politici furono vietati e il Nepal finì, così, piuttosto isolato. Lo sviluppo aveva un ruolo significativo nell’ideologia nazionalista della panchayat, tuttavia era subordinato a esso. Nel 1990 il regime fu abbattuto mediante una mobilitazione popolare.

Successivamente, a partire dalla metà degli anni Ottanta, quando il Nepal si indebitò attraverso l’aggiustamento strutturale imposto dalla Banca Mondiale, furono imposti tagli forzati a uno sviluppo già minimo, ai servizi pubblici e ai programmi sociali.

La successiva dipendenza dagli aiuti esteri ha indiscutibilmente reso il Nepal un Paese più vulnerabile ai condizionamenti e all’ulteriore indebitamento. Ciò ha causato a sua volta l’insorgere di pressioni politiche costringendo il Nepal a calibrare gli obiettivi di politica estera e interna sugli interessi dei Paesi occidentali.

Per i Paesi donatori, che sin dai primi anni Cinquanta lavorano in Nepal, lo sviluppo è stato visto sempre come un elemento secondario. Infatti i loro sforzi sono stati principalmente tesi a prevenire la diffusione e l’influenza del comunismo e a promuovere le idee del libero mercato. Per esempio, il rovesciamento del regime Rana negli anni 1950-51 unito alla minaccia del comunismo in seguito alla Rivoluzione Cinese, portò l’America a stabilire una presenza in Nepal.

Lo scopo era quello di indebolire l’influenza comunista sia in Cina che in India, in particolare nelle zone rurali, promuovendo una rapida crescita economica. I funzionari americani erano coscienti del fatto che a rendere i contadini più vulnerabili al comunismo fossero proprio i livelli colossali di povertà e disuguaglianza. Non si può tuttavia dire che la strategia degli Stati Uniti abbia avuto successo. I partiti comunisti sono diventati sempre più popolari e, in seguito al movimento popolare del 1990, i Maoisti hanno raggiunto una posizione di rilievo.

Negli ultimi decenni, rompere con l’influenza comunista è stato anche l’obiettivo dei programmi d’aiuto. Mentre i Maoisti hanno sviluppato un crescente sostegno sulla base della loro lotta contro la povertà e le disuguaglianze, i governi occidentali – e i loro alleati regionali come l’India – hanno fatto tutto ciò che era nel loro potere per contenere l’influenza maoista. Nel 2006 sono inoltre riusciti a portarli verso politiche più tradizionali. Lo sviluppo diventa principalmente un progetto politico teso a consolidare l’Occidente e gli interessi a favore del liberalismo, mentre l’eliminazione della povertà rimane subordinata a interessi economici e politici più ampi.

Gli stessi Maoisti hanno poi scelto la linea neoliberale, minando quasi del tutto la propria base d’appoggio nell’unirsi all’élite politica. E’ proprio questa classe, insieme a governi mediocri e alla corruzione a risultare corresponsabile dei mali del Nepal, rifiutandosi di distribuire le risorse in modo più equo, e non riuscendo a riscrivere la Costituzione tanto attesa. Sin dal 1997 non si tengono elezioni locali a causa di disaccordi tra i partiti sul loro svolgimento. Di conseguenza è stata compromessa la fornitura di servizi pubblici nelle comunità.

Il risultato è un Paese con un’infrastruttura mal funzionante. Inoltre, nonostante i continui avvertimenti del terremoto, le previsioni sulle sue dimensioni e sulla sua scala, i numerosi progetti di alto profilo e di preparazione in materia di calamità naturali e di risposta alle emergenze, gli ultimi giorni hanno dimostrato che queste precauzioni hanno avuto scarso impatto.

In queste circostanze, la risposta della ‘comunità internazionale’ in termini finanziari fino ad oggi è stata davvero misera. Mentre la gente comune e la diaspora nepalese nel mondo sono rimasti chiaramente impressionati da questa tragedia – e oltre 2.500 persone hanno partecipato ad una veglia a Trafalgar Square a Londra – i governi hanno stanziato importi insufficienti in materia di aiuti. Lo scorso lunedì gli Stati Uniti, forse a causa delle reazioni di vergogna del pubblico, hanno alzato la loro offerta iniziale la distruzione o il danneggiamento di oltre 300.000 abitazioni, tuttavia le cifre definitive saranno sicuramente più alte. Quando comincerà la ricostruzione del Paese, sarà in primo luogo necessario rendere antisismici tutti gli edifici.

Ma il fatto evidente è che le questioni della democrazia e dello sviluppo sono collegate tra loro. La chiave verso lo sviluppo coincide con le lotte sociali e politiche del popolo nepalese, verso le quali gli interventi stranieri si sono dimostrati in generale ostili.

Luciana Buttini

Laureata in Scienze della Mediazione Linguistica, ha in programma di specializzarsi in Lingue per la cooperazione e la collaborazione internazionale. Nel frattempo lavora come traduttrice freelance dal francese e dall'inglese in vari ambiti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *