Il business del lavoro forzato all’ombra di governi e imprese

[Traduzione a cura di Luciana Buttini dall’articolo originale di Genevieve Lebaron e Neil Howard  pubblicato su openDemocracy]

Lavoratrice della industria tessile, utenza ILO su Flickr, licenza CC.
Lavoratrice della industria tessile, utenza ILO su Flickr, licenza CC.

Spesso, quello che possiamo definire vero e proprio lavoro forzato, viene descritto come un reato isolato riconducibile a datori di lavoro “senza scrupoli“. Tuttavia si tratta di qualcosa di molto più sistematico rispetto a ciò che vogliono credere molti governi, imprese e organizzazioni che si battono per eliminare la schiavitù.

Mentre reclutatori immorali di manodopera e datori di lavoro corrotti non sono sicuramente d’aiuto, il maggiore problema strutturale è l’ingiusto sistema economico in cui tale sistema vieni a strutturarsi. Per capire davvero perché il lavoro forzato oggi è sempre più fiorente, dobbiamo comprendere il funzionamento del sistema e il ruolo giocato dal mondo degli affari e dagli Stati nell’incoraggiare un contesto economico e politico in cui gli individui possono sfruttare altre persone senza incorrere in alcuna punizione.

Possiamo cominciare a capire il ruolo del lavoro forzato in questo sistema pensando in termini di domanda e offerta. Nell’era della globalizzazione neo-liberale, alcuni tipi di impresa “hanno bisogno” del lavoro forzato per salvaguardare i loro profitti o la loro quota di mercato. Per questo motivo, come spiega Andrew Crane, alcune imprese “in maniera totalmente illegale tentano di fissare una retribuzione troppo bassa per una risorsa fondamentale come il lavoro.” Allo stesso tempo, ampie fasce di persone povere ‘necessitano’ di lavori disumani per sopravvivere e spesso, non potendo accedere a occupazioni migliori, trovano una via d’uscita nella creazione di uno scenario comune di lavoro forzato. Infatti il primo rappresenta la domanda mentre il secondo l’offerta.

Le esatte dinamiche aziendali variano a seconda del settore produttivo. Ad esempio nell’ambito dello zucchero i produttori di canna fanno ricorso al lavoro coatto o a eccessivi straordinari per mantenere basso il prezzo di mercato del raccolto. Invece nella fabbricazione di dispositivi elettronici – campo in cui le ricerche mostrano che un’alta percentuale di lavoratori deve sottostare ad alcune forme di lavoro forzato – le fabbriche per soddisfare gli ordini dei clienti si indirizzano verso lavoratori migranti vincolati da debiti, i quali sono stati assunti attraverso intermediari.

Inoltre esistono anche analogie tra le diverse materie prime e le catene di produzione. Infatti una serie di situazioni suggerisce che imprese leader, tra una vasta gamma di industrie, dipendono tacitamente dai lavori forzati nella realizzazione dei loro prodotti, nonostante il codice di condotta dei fornitori o la Responsabilità sociale di impresa affermino il contrario.

Pagare i fornitori a prezzi decisamente bassi, richiedere i beni in maniera troppo rapida o con breve preavviso, ritardare i pagamenti perennemente, sono tutte situazioni che fanno affidamento sullo sfruttamento del lavoro. E in questa categoria è compresa la situazione di lavoratori non tutelati da organizzazioni sindacali, il lavoro forzato, coatto o quello minorile. Ciò è particolarmente presente ai livelli più bassi della catena di produzione  e  lungo quella di fornitura del lavoro, in cui l’applicazione delle norme lavorative è proprio minima.

In sostanza, le catene di produzione globali, che sono concentrate sempre più in alto, ricavano profitti senza precedenti ma a prezzo dei considerevoli sacrifici ai lavoratori. È per questo che Benjamin Selwyn  sostiene che le catene di produzione non dovrebbero essere viste “come favorevoli campi di opportunità ma come strumenti che aumentano lo sfruttamento della manodopera.”

Ma perché nel mondo ci sono così tante persone ‘disposte’ a essere sfruttate in questo modo? Una parte cruciale della risposta risiede nelle politiche neo-liberali, che hanno ampiamente dimostrato di incrementare le disuguaglianze e l’instabilità e consolidare invece la povertà e l’esclusione. Poiché gli stati sociali sono stati eliminati e le garanzie di un impiego regolare o della protezione sociale sono stati ridotti, sempre più persone nel mondo sono obbligate a diventare ciò che Nicola Phillips ha definito ‘il povero che lavora‘. La sopravvivenza è stata ‘commercializzata’ e, nel momento in cui questa è possibile solo attraverso il denaro e le vendite nel mercato, le persone con meno libertà di scelta sono costrette ad accettare qualunque cosa offra il mercato.

In contrasto con le teorie dominanti sul mercato che attribuiscono la colpa dello sfruttamento alle forze economiche astratte, riteniamo che si tratti principalmente di una questione politica. Poiché coloro che alla fine fissano le regole del gioco, i governi e le grandi aziende, non sono soltanto colpevoli di complicità per l’esistenza del lavoro forzato ma anche di creare attivamente le condizioni che rendono possibile tutto questo.  

Come spiegano Rachel Wilshaw e i suoi colleghi dell’OXFAM, organizzazione nata con lo scopo di liberare il mondo dalla povertà e dall’ingiustizia, quando la disuguaglianza aumenta cresce anche la probabilità che lo Stato sia “catturato” dagli interessi economici di un élite. La ricchezza maggiore, infatti, si concentra proprio al vertice di un’ipotetica piramide e così coloro che fanno parte di quest’élite hanno il potere di influenzare gli Stati nel promuovere politiche che tutelano i profitti più delle persone stesse. È per tale motivo che ora siamo testimoni di una politica di tagli notevoli alla spesa sociale per pagare le agevolazioni fiscali delle aziende.  Inoltre assistiamo a una vaga proliferazione di normative in materia di lavoro che, tra le altre cose, sostituiscono i ‘costosi’ servizi di ispezione del lavoro con una scelta ‘più conveniente’ in cui sono le imprese stesse che devono occuparsi della tutela dei diritti dei lavoratori. Abbiamo anche la creazione di  équipe di lavoro coatto sotto forma di programmi temporanei, come quelli documentati da Susan Ferguson e David McNally, costituiti essenzialmente da manodopera straniera.

Tuttavia dobbiamo anche valutare l’esistenza di strategie che combattono la schiavitù e il lavoro forzato, all’interno di questo contesto piuttosto che al di fuori di esso. Le iniziative di governance attualmente in vigore – che vanno da meccanismi privati come i sistemi di valutazione a iniziative pubbliche come la trasparenza della legislazione – semplicemente non riescono a far fronte alle cause che sono alla radice della questione. Infatti, una caratteristica comune all’interno dello spettro completo delle recenti iniziative portate avanti da Stati, imprese e ONG è quella di lasciare inalterati modelli di business che sono proprio quelli che danno vita al lavoro forzato. Allo stesso tempo, stanno facendo davvero troppo poco per combattere le disuguaglianze e la povertà che creano una situazione in cui le persone diventano “bisognose”  di lavorare e sono costrette ad accettare di farlo in condizioni disumane.

Così, mentre molte iniziative della catena di produzione delle aziende si concentrano nell’identificazione e nella prevenzione del lavoro forzato attraverso ‘morali’ controlli circa l’osservanza delle normative, nessuno tenta di ridurre il numero di lavoratori schiavizzati per esempio offrendo una paga maggiore o fermando l’utilizzo di intermediari nel mercato del lavoro. Perciò fintanto che il salario, la durata del contratto e le dinamiche di subappalto del lavoro rimarranno esclusi da un futuro cambiamento, tali iniziative non riusciranno a contrastare del tutto le relazioni di potere e di produzione che generano in primo luogo il lavoro forzato.  

Lo stesso vale per gli sforzi dei governi e infatti recentemente molti Stati hanno approvato dei piani nazionali di azione e di legge per eliminare del tutto il lavoro forzato.  Sebbene queste iniziative mirano a far accordare le agenzie governative per identificare al meglio e perseguire gli eventi negativi del lavoro forzato, oltre che aumentare le conseguenze penali per i singoli autori, gli Stati hanno fatto ben poco per modificare il più vasto contesto politico ed economico in cui sono presenti e si sviluppano sempre di più reati di questo genere. Infatti nessuno ha fatto niente per affrontare la continua insicurezza economica. C’è da meravigliarsi, quindi, quando Jens Lerche lamenta che “ovunque i progressi per eliminare il lavoro forzato sono finora pochi o nulli“?

Invece sarebbe ora di smettere di girare intorno alla questione e muoversi verso soluzioni più adatte a problemi di questo tipo. Queste devono focalizzarsi sulla ridistribuzione dei prezzi di mercato, sia all’interno che lungo la catena di produzione, e più in generale all’interno della società. In un recente articolo Neil Howard propone una possibile soluzione, che considera il Reddito di base incondizionato una strategia strutturale per affrontare e prevenire il grave problema dello sfruttamento del lavoro. Senz’altro esistono tante altre soluzioni creative e coraggiose tuttavia il punto è cominciare a fare dei miglioramenti per raggiungere questi obiettivi e smettere così di rafforzare lo status quo.

 

Luciana Buttini

Frequenta l’Istituto Superiore per Mediatori Linguistici ad Ancona. Ama le lingue e in particolare l’interpretariato e la traduzione, professione che spera di avviare dopo la laurea.