Internet e la censura sulla cultura, il caso di Aaron Swartz

[Anche quest’anno Voci Globali ha portato il Corso in Diritti Umani e Giornalismo Partecipativo al liceo E. Fermi di Bologna. Parte del programma è l’elaborazione – da parte degli studenti – di articoli e riflessioni su alcuni dei temi trattati durante gli incontri]

Simone Persiani (4^ G)

Credit: Tim Riley, utete Flickr. Foto rilasciata in licenza CC - BY-NC-ND 2.0

La cultura accademica deve essere riservata solo a pochi eletti o dovrebbe avere la più larga diffusione possibile? È giusto, in un’epoca in cui la circolazione di informazioni va veloce e supera ogni barriera, cercare di bloccare la cultura e limitarla? Andiamo con ordine.

Internet non è stata una rivoluzione. Internet è stata tante rivoluzioni. Il Web non ha fatto che infiltrarsi in ogni ambito della vita sociale, fino a diventare un nodo cruciale del ventunesimo secolo. Ovunque sia passato questo tsunami le cose sono cambiate, completamente stravolte. Come nel caso della comunità scientifica e accademica. “Tutto il mercato editoriale si è basato per secoli sulla carta e sul modello commerciale che ne è derivato: autori, stampatori, editori, librai, bibliotecari hanno fondato e sviluppato la loro attività professionale nei secoli su questo presupposto” (vedi fonte). Il sopravvento che ha avuto il fenomeno Internet ha minato alle fondamenta questo presupposto. Ormai è possibile avere migliaia di libri e riviste raccolti in un unico dispositivo elettronico, e senza dover necessariamente passare per degli intermediari. Siti come liberliber.it offrono “più di 2.500 libri (in edizione integrale), 6.000 brani musicali, decine di audiolibri e una videoteca in costruzione”.

In tutta risposta a questi fatti, i grandi publisher di articoli accademici hanno cominciato un incredibile lavoro di digitalizzazione dei documenti scientifici, lavoro non ancora terminato. I grandi editori commerciali personalizzati hanno cominciato a bussare alla porta dei ricercatori proponendo loro un grande pubblico specializzato (per esempio quello di riviste come Nature) in cambio dei diritti d’autore necessari alla pubblicazione. Su questo “ponte” che divide gli accademici dai cittadini e dalle biblioteche si è presto venuto a formare una vasta varietà di business, a tutti i livelli. Tra la comunità scientifica e le biblioteche ci sono ora i grandi publisher come Elsevier (vedi voce su Wikipedia), le organizzazioni che svolgono attività editoriale e di stampa, le agenzie internazionali di abbonamenti, i produttori di basi dati bibliografiche e infine i consorzi bibliotecari.

L’effetto finale è che quei documenti, che dovrebbero essere di pubblico dominio e disponibili al mondo intero al fine di permettere alle comunità scientifiche di progredire nei loro studi e nelle loro ricerche, risultano chiusi a chiave da un lucchetto con l’etichetta “Diritto d’autore” e l’unico modo di accedere a quei file di monumentale importanza è quello di pagare ai publisher cifre che un cittadino non agiato non può permettersi, specie se è nato in Paesi in Via di Sviluppo. Quindi le tecnologie hanno da un lato offerto la possibilità di ottenere informazioni in un attimo e anche attraverso grandi distanze, mentre dall’altro sono state sfruttate da enti privati al solo scopo di lucro.

E le informazioni di cui stiamo parlando non dovrebbero essere mai sottovalutate. L’anno scorso un ragazzino quindicenne del Maryland ha brevettato uno screening precoce ed economico del tumore al pancreas (questa malattia può essere curata solo nei suoi primi stadi e spesso viene diagnosticata troppo tardi). Come può un semplice ragazzino possedere tutte le conoscenze necessarie ad un’invenzione del genere? Semplice, Jack Thomas Andraka ha dichiarato di aver analizzato un database online di 8 mila proteine, fino a trovare quella che faceva al caso suo, la quattromillesima. La spinta che lo ha portato a questo enorme lavoro è stata la morte di uno zio proprio a causa di questa malattia. È quindi chiaro che le stesse informazioni che ora vengono vendute a caro prezzo su siti specializzati, se dovessero venire aperte al mondo, avrebbero potenzialmente la possibilità di salvare delle vite e di far progredire la società. Ebbene queste possibilità ci vengono precluse per il solo fatto che se la cultura fosse libera non sarebbe redditizia.

Proprio contro questo modo di intendere la cultura come un prodotto di mercato si era scagliato un altro ragazzo americano, Aaron Swartz. Aaron è stato un geniale hacker e attivista, ha fondato organizzazioni per combattere la corruzione negli USA e per difendere Internet, che ha sempre definito come un diritto universale imprescindibile (è stato lui, tra l’altro, il fondatore di Demand Progress, che lanciò la Campagna contro le leggi di censura su Internet). Dal suo “web log” (oggi diremmo semplicemente “blog”), si è reso spesso partecipe di appelli e denunce sociali. Quando è venuto a conoscenza di queste pratiche era ancora al MIT come studente, e come tale aveva accesso libero e privilegiato alla banca dati online JSTOR. Swartz aveva scelto di sfruttare la sua posizione privilegiata per mettere a disposizione del mondo tutte quelle conoscenze che all’umanità dovrebbero appartenere di diritto.

Per questo è stato arrestato e per questo l’FBI ha condotto su di lui una campagna persecutoria che l’ha portato infine al suicidio nel gennaio 2013 all’età di soli 27 anni. Il mondo del web in lutto gli ha dedicato un film-documentario per ricordarlo, il mondo degli attivisti ha avuto una forte reazione scendendo in piazza e chiedendo le dimissioni dei magistrati coinvolti: due mondi che Aaron in vita ha saputo far coesistere e collaborare. Un giorno si trovava in Italia e ha deciso di scrivere con dei suoi amici e collaboratori un documento che prima o poi passerà alla storia, il Guerilla Open Access Manifesto, il quale ha dato vita ad un vasto movimento chiamato Open Access a cui hanno aderito anche molti accademici. Inizia così: “L’informazione è potere. Ma, come ogni tipo di potere, ci sono individui che vogliono tenerlo per se stessi. L’eredità scientifica e culturale dell’umanità, pubblicata nel corso di secoli in libri e riviste, viene oggi digitalizzata e messa sotto chiave da una manciata di aziende private”.

Sì, perché una cultura libera fa bene a tutti e crea un’ambiente di scambio culturale che è stato dimostrato essere molto più prolifico rispetto ad un ambiente chiuso col filo spinato e controllato da grandi multinazionali.

[In basso il film-documentario che ripercorre la storia di Aaron Swartz e la sua lotta per la totale libertà d’accesso alle informazioni e a Internet e contro ogni censura]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *