Terra incognita: la forma reale dell’Africa fuori dalle mappe

[Traduzione a cura di Benedetta Monti, dall’articolo originale di James Wan pubblicato su Think Africa Press]

La mappa geografica rovesciata di Gall-Peters. Da ODT.org

Circa alla metà del poema sarcastico Sulla Poesia: una Rapsodia, Jonathan Swift, autore satirico del XVIII secolo, rivolge brevemente la sua attenzione alle cartine geografiche dell’Africa scrivendo:

“Così i geografi, sulle mappe africane, colmano con figure selvagge le proprie lacune, e mettono, bramosi di città, elefanti sui bassipiani inabitabili.”

All’epoca di Swift, gli esploratori europei avevano solamente girato attorno alle coste africane e l’interno del continente era ancora un mistero, a tutti gli effetti. Ma, come lo stesso autore puntualizza, invece di lasciare vuote le zone interne, i cartografi “colmavano le loro lacune” con ciò che credevano potesse abitare in quegli angoli esotici del mondo, come scimmie, leoni vaganti ed elefanti.

 

Dalla mappa dell'Africa di Willem Janszoon Blaeu, XVII secolo

Nel XIX secolo, gli elefanti vennero rimossi dalle cartine africane quando le spedizioni di David Livingstone e Herny Morton Stanley fornirono più informazioni sulla geografia del continente. Tali spedizioni però avevano un’estensione limitata e il resto dell’Africa, negli anni a venire, rimase Terra Incognita.

Infatti, anche durante la Conferenza di Berlino del 1885, dove, secondo la leggenda, i colonialisti europei marcavano linee su una cartina dell’Africa e coloravano i propri territori con le tinte imperiali, non si era sicuri di cosa si trovasse all’interno di quelle aree. Sebbene i cartografi avessero rinunciato alla propria inclinazione a scarabocchiare strane creature all’interno del continente, non c’era altro da disegnare in quelle zone.

Queste mappe geografiche africane, disegnate da un piccolo gruppo di cartografi occidentali, hanno rafforzato simbolicamente il senso di controllo europeo sui territori e sui soggetti rappresentati, ma non rivelavano niente riguardo alle informazioni reali. Sebbene a quel tempo fossero considerate oggettive e imparziali, in retrospettiva è chiaro quanto queste cartine geografiche fossero soggettive, spinte dall’ideologia e immaginarie.

Andando avanti fino ai giorni nostri, potrebbe sembrare che adesso la situazione sia completamente diversa. Ogni lacuna nella nostra geografia è stata colmata con precisione grazie ai progressi tecnologici e alle immagini satellitari. L’accesso alle mappe geografiche non è più limitato ad una élite occidentale e la cartografia non sembra più essere sotto l’influenza dell’ideologia, ma piuttosto della scienza e della tecnologia.

Diversamente dal periodo in cui l’Africa era rappresentata attraverso la lente colonialista, oggi si potrebbe affermare di conoscere realmente che aspetto ha quel continente – e il mondo intero.

Le cose però, contrariamente a quanto si possa pensare, potrebbero non essere cambiate. Nessuna cartina è completamente oggettiva e i cartografi devono prendere innumerevoli decisioni su cosa è più importante e su cosa lo è meno. Alcune di queste scelte possono essere prettamente tecniche, alcune invece possono essere basate su convenzioni storiche e altre ispirate da presupposti ideologici. Queste decisioni – che non sono visibili nel prodotto finale – devono essere prese e cambiano fondamentalmente la nostra visione del mondo.

Nelle cartine odierne l’Africa è trattata in un modo pessimo, come lo è sempre stata, e quindi anche adesso questo continente potrebbe non essere come pensiamo che sia.

Rappresentare gli angoli del mondo

Uno dei modi in cui immaginiamo l’Africa è attraverso le cartine geografiche del mondo. Già ai tempi di Tolomeo però – nel II secolo dell’Impero Romano – i cartografi sapevano che disegnare una cartina precisa è fondamentalmente impossibile. La terra è una sfera, una cartina geografica è una figura piana e non esiste un modo definitivo per aggirare questi problemi.

Provate ad immaginare per esempio di avere la buccia vuota di un arancio e di doverla far diventare un oggetto piano. Due cose sono evidenti: 1) esiste un’infinità di modi per farlo, e 2) nessuno di questi modi è abbastanza soddisfacente né tanto meno lo è un rettangolo preciso.

Questo problema di ridurre un mondo a tre dimensioni in una rappresentazione bidimensionale ha da sempre tormentato i cartografi e le forme delle cartine geografiche sono sempre state molto diverse, dalle forme a cuore ai semicerchi, alle forme tipo rapa schiacciata.

 

Sinistra:proiezione pseudo-conica di Johannes Stabius (~1500); Centro:proiezione conica di Johann Heinrich Lambert (1772) ; Destra: una proiezione pseudo-cilindrica usata da vari cartografi (1600s)

Tuttavia la diversità è scomparsa quando un modello particolare si è gradualmente imposto sugli altri, diventando la cartina geografica del mondo che adesso si trova appesa su tutte le pareti delle aule scolastiche, nei libri e in Rete su Google Maps. Oggi per molte persone questa proiezione – creata dal cartografo fiammingo Gerardus Mercator (italianizzato Gerardo Mercatore NdT) nel 1569 – è la cartina geografica del mondo.

Il motivo per cui la proiezione di Mercatore è diventata così popolare è stata la sua utilità nautica – nella cartina le linee rette rappresentano i punti di rilevamento attraverso la bussola. Tuttavia, adattando la cartina per garantire questa peculiarità, le dimensioni delle nazioni sono state distorte.

Per esempio, nella rappresentazione di Mercatore, il Nord America sembra essere grande quanto l’Africa, se non più grande, e anche la Groenlandia sembra avere una dimensione simile.

In realtà, le dimensioni dell’Africa superano entrambe. Come è evidente dalla cartina di Gall-Peters, sovrapponendo il Nord America all’Africa rimane ancora spazio per l’India, l’Argentina, la Tunisia e altre nazioni, mentre la Groenlandia è un quattordicesimo della dimensione del continente.

Un’altra antica convenzione, che non privilegia l’emisfero meridionale nelle cartine geografiche del mondo, deriva dal fatto che il Nord si è sempre trovato nella parte superiore delle mappe. Ma non è sempre stato così. Nelle cartine cristiane in epoca medievale, era l’Oriente a trovarsi nella parte superiore perché si credeva che quello fosse il mondo e si credeva che il Giardino dell’Eden si trovasse a Oriente, mentre nelle cartine islamiche dello stesso periodo era il Sud a trovarsi nella parte superiore.

Il fatto che nelle nostre cartine sia il Nord nella parte superiore è una pura convenzione e, come è stato per i vari adattamenti tecnici di Mercatore, piccole decisioni possono avere un grande effetto sul modo in cui vediamo il mondo.

Sarebbe stupido speculare sul fatto che se la storia del mondo si fosse svolta in modo diverso anche le nostre convenzioni sulle cartine geografiche sarebbero state diverse nell’ultima metà del millennio, ma proviamo per un momento di immaginare il mondo in cui viviamo in questo modo.

Alla ricerca della cartina perfetta

A parte le antiche convenzioni ancora in uso nelle cartine odierne, si potrebbe affermare che grazie alle nuove tecnologie e l’enorme quantità di dati a cui abbiamo accesso siamo entrati in una nuova era per le cartine geografiche dall’apice del colonialismo. Le cartine non sono più simboli di dominio redatte dai conquistatori, l’Africa non rappresenta più una Terra Incognita e si può pensare che le mappe appartengono a chiunque.

Al centro di questa situazione si trova Google Maps, che domina la cartografia di oggi, sia in termini di risorse che di popolarità. Attraverso Google sono eseguite ogni giorno miliardi di ricerche e Google Maps è l’applicazione per smartphone più utilizzata al mondo. Grazie all’accesso di Google ai dati provenienti dai satelliti, dagli aeroplani e veicoli equipaggiati da videocamere, gli utenti possono vedere fotografie aeree e cartine stradali di tutto il mondo.

I creatori di Google Maps affermano di essere “alla ricerca della cartina geografica perfetta” e si potrebbe sperare che avendo accesso alle informazioni che sono disponibili oggigiorno, l’obbiettivo di ottenere cartine geografiche accurate ed oggettive sia a portata di mano.

Tuttavia Jerry Brotton, storico della cartografia e autore del libro A History of the World in Twelve Maps (Storia del mondo in dodici cartine geografiche, NdT), mette in guardia verso tali opinioni:

I cartografi hanno sempre rivendicato l’oggettività” afferma Brotton “e hanno sempre immaginato di creare mappe da una posizione onnisciente, quasi divina. Parlando di Google Maps, tuttavia, in realtà queste mappe sono un prodotto della costa occidentale americana.

Secondo Brotton, questo aspetto influenza il modo in cui queste mappe sono fatte. Tutte le mappe, afferma Brotton, sono lo specchio del loro tempo, del loro luogo e servono alcuni scopi. I cartografi medievali volevano rappresentare l’orientamento rispetto al Giardino dell’Eden o alla Mecca, Mercatore voleva rendere le cose più semplici per i naviganti e i colonialisti volevano rilevare le dimensioni del proprio impero.

Anche oggi, Google ha le sue parzialità e i suoi scopi nella creazione delle mappe del mondo e Brotton pensa che queste motivazioni si trovino negli obbiettivi aziendali di Google.

Per me è chiaro che i creatori di Google Maps sono guidati dalla redditività commerciale multinazionale” afferma lo storico. “Sono guidati dalle prospettive di rendita della pubblicità”. Infatti, il reddito annuale di Google pari a 60 miliardi di dollari dipende quasi esclusivamente dalla pubblicità.

Da una parte il modello di Google potrebbe essere considerato un modo per utilizzare questo reddito per offrire i propri servizi gratuitamente, ma si potrebbe anche pensare che il monopolio che l’azienda realizza fornendo tali servizi gratuiti le fornisce il dominio necessario a generare soprattutto una pubblicità redditizia. Il motto aziendale di Google potrà essere ‘Non essere immorale‘, ma la frase sottostante è ancora ‘Realizza un profitto.’

Da una parte può essere discutibile che sia stata questa realtà a far sì che Google spenda grandi somme di denaro per la realizzazione di Google Maps, ma è chiaro che sia proprio questo aspetto a influenzare quello che è inserito e quello che è omesso nelle cartine geografiche. “Ci mostra alcune città del Sud Africa come spazi vuoti sulla mappa” afferma Brotton.

Nel modello aziendale di Google, alcune comunità non sono interessanti. La cartografia sta diventando privatizzata, nemmeno gli Stati hanno le risorse necessarie per competere, e inevitabilmente esiste il solito problema per cui l’Africa si trova all’ultimo posto della gerocrazia (NdT: ordinamento sociale in cui ognuno trova il suo posto secondo il suo grado).”

Mondi diversi

La storia della proiezione di Mercatore e la convenzione che il Nord sia nella parte superiore mostra come piccole decisioni prese dai cartografi possono creare enormi differenze nel modo in cui vediamo il mondo. Ricordate come la cartina rovesciata di Gall-Peters è sorprendentemente diversa dalla proiezione convenzionale di Mercatore?

Le decisioni prese dai tecnici di Google potrebbero avere ripercussioni simili sul modo in cui interpretiamo il mondo, anche se questo aspetto è più difficile da dimostrare. In primo luogo, le decisioni del servizio Google Maps possono agire in modi più impercettibili che per esempio decidere da che parte deve essere rivolto il Nord.

Tuttavia è più difficile puntare contro Google Maps perché non esistono reali alternative a cui possiamo rivolgerci. Possiamo immaginare che se tutti i dati e la capacità di programmazione di Google si trovassero improvvisamente nelle mani di un agricoltore della Namibia, di un nomade della regione di Sahel o di una pescatrice senegalese, la loro rappresentazione delle mappe sarebbe diversa. Potrebbero dare priorità ai tipi di terreno rispetto agli Starbucks, ai pozzi rispetto ai Wallmarts e allo stato di degradazione del terreno rispetto ai panorami delle città americane. Ma possiamo solamente immaginarlo. Come un secolo fa, le risorse per la mappatura del mondo sono in mano ad un piccolo gruppo di individui occidentali con idee specifiche.

Nel 1976, lo statista e scrittore Lennart Meri scrisse che “se la geografia è la prosa, le cartine sono iconografia.” Se lo studio degli aspetti mondo è un procedimento descrittivo – afferma Meri – le cartine sono molto di più e meno, in quanto le informazioni che può comunicare una cartina sono limitate, ma il potere simbolico o ‘iconico’ che essa può trasmettere è quasi illimitato.

Questo era vero per esempio per le pitture sulle pareti delle caverne, per gli arazzi romani e le carte nautiche imperiali e lo è per Google Maps ancora oggi. Tutti questi modi di rappresentare mappe comunicano molto di più che semplici informazioni e contengono le visioni del mondo dei loro creatori. Anche adesso, come è sempre stato, i creatori di cartine geografiche fanno parte di un gruppo specifico, di una parte precisa del mondo e osservano il mondo attraverso lenti specifiche. Per tornare a Jonathan Swift, i nostri cyber-cartografi del XXI secolo non colmano più le loro “lacune” con “figure selvagge” forse perché da 10.000 miglia e un universo lontano, queste lacune semplicemente non esistono.

Benedetta Monti

Traduttrice freelance dal 2008 (dall'inglese e dal tedesco) soprattutto di testi legali, ama mettere a disposizione le sue competenze anche per fini umanitari e traduzioni volontarie.

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